The New Abnormal: riflessioni sonore in tempi sospesi

Quando The New Abnormal uscì il 10 aprile 2020, il mondo era immobile. Le strade vuote, le finestre illuminate la sera, la vita sospesa fra attesa e paura. E, nel mezzo di quel silenzio globale, arrivò il ritorno di una band che da sempre aveva cantato la frenesia urbana, la corsa notturna, il rumore della giovinezza. Gli Strokes, dopo sette lunghissimi anni di assenza, pubblicavano un album di movimento nato in un tempo fermo. Forse proprio per questo, The New Abnormal risuonò così profondamente: perché parlava di un’epoca che non sapeva più riconoscersi, e di una generazione che aveva smesso di credere nel cambiamento.
Già il titolo, scelto prima della pandemia, sembrava un presagio. “The New Abnormal” — una definizione ironica e crudele di ciò che il mondo sarebbe diventato. Ma per Julian Casablancas e compagni non significava solo questo. Era soprattutto un commento sulla cultura contemporanea, su quella “stagnazione scambiata per novità” che il frontman descrisse come il male del nostro tempo: è un disco che riflette su un mondo intrappolato in un loop continuo, dove tutto si ripete in forma solo apparentemente nuova. Eppure, dentro questo paradosso, gli Strokes trovano un modo per rinascere: non più eroi dell’indie rock di inizio millennio, ma spettatori e cronisti disillusi della nuova epoca.

Prodotto dal leggendario Rick Rubin, l’album è il più equilibrato e consapevole della loro carriera. Rubin forza i membri a lavorare a contatto l’uno con l’altro, contrariamente alle sessioni di Angles e Comedown Machine, dove ognuno registrava la sua parte per conto proprio. Le chitarre di Nick Valensi e Albert Hammond Jr. si muovono leggere, quasi elettroniche; la sezione ritmica di Fabrizio “Fab” Moretti e Nikolai Fraiture tiene tutto sospeso, mentre Casablancas canta con voce limpida ma crepuscolare, come il riflesso di una città al tramonto.

L’apertura, The Adults Are Talking, mette subito le cose in chiaro: non si tratta di un ritorno
in pompa magna, ma di una confessione stanca e lucida.

“I’ll get it right sometime / Oh, maybe not tonight”

— una frase che racchiude tutto l’album. Non c’è più la sfacciataggine e l’arroganza di Is This It, ma una consapevolezza adulta: la realizzazione che crescere significa anche accettare le proprie imperfezioni. Il brano scivola fra ritmi meccanici e melodie malinconiche, unita ad un testo che parla di lavoro, di routine, di rapporti che si sgretolano sotto il peso delle aspettative. Ma dietro la stanchezza si avverte ancora un filo di desiderio: quello del successo, di farcela anche solo per una notte. Con Selfless, la luce si abbassa ulteriormente. Casablancas canta

“Please don’t be long, ’cause I want your all / I don’t have fun without your love”

più simile ad una confessione che ad una richiesta. È una delle tracce più vulnerabili del disco, e forse una delle più sincere dell’intera carriera della band. La malinconia si fa quasi fisica, come un respiro trattenuto: i synth si intrecciano con le chitarre in un equilibrio fragile, e per un attimo sembra di ascoltare una band che si concede di essere tenera, di non dover più fingere indifferenza.
Poi arriva Brooklyn Bridge to Chorus (sicuramente non la loro canzone migliore, ma senza ombra di dubbio la mia preferita della loro carriera), e l’atmosfera cambia: un’esplosione sintetica, un ritorno agli anni Ottanta filtrato attraverso l’ironia degli Strokes.

“Thought it was you, but maybe it’s me”

un verso che risuona come un dialogo con il passato — e infatti è un richiamo diretto a Is This It, dove Casablancas cantava “It’s them, it’s not me”. Vent’anni dopo, la prospettiva si è capovolta: l’arroganza è svanita, facendo spazio all’autocoscienza. Il protagonista non accusa più gli altri, non si vittimizza, ma si interroga. È questo, in fondo, il cuore del disco: la riconciliazione con sé stessi attraverso l’introspezione.
In Eternal Summer, invece, la band si spinge verso territori psichedelici. La linea vocale si deforma, i synth si dilatano, e Casablancas denuncia un mondo corrotto,

“where everybody’s on the take”, chiedendoci — e chiedendosi — “Tell me, are you on the take too?”

È una canzone di critica e di saturazione, un incubo dolce, quasi allucinato. Rubin lascia che il pezzo respiri, che si allunghi oltre i confini standard del pop: sei minuti che scorrono come una visione, mentre raccontano la stanchezza di vivere in un’estate eterna, senza rinnovamento, dov realtà e mera finzione non si distinguono più.
E poi Ode to the Mets, per molti fan la loro miglior canzone di sempre. Il titolo è un piccolo scherzo — nato da un messaggio ubriaco dopo una partita persa dalla squadra di baseball preferita di Casablancas — ma la canzone è tutt’altro che leggera. È il congedo, l’epilogo emotivo di un viaggio iniziato vent’anni prima.

“Old friends, long forgotten / The old ways at the bottom of the ocean now has swallowed / The only thing that’s left is us.”

È un addio e una rinascita insieme, una riflessione sulla fine dei cicli, sulle cose che sopravvivono al tempo. La voce di Casablancas sembra provenire da un luogo sospeso, quasi celestiale, mentre la musica cresce in un crescendo che non esplode mai, ma si dissolve. È la canzone più matura che gli Strokes abbiano mai scritto: la fine della giovinezza, accettata con la dolcezza e la fiducia di chi sa cosa vuole ma non cosa lo aspetta.

Nel suo insieme, The New Abnormal è un album sull’accettazione. Non passiva, ma consapevole: la capacità di guardarsi indietro senza vergogna, di comprendere che la rivoluzione non è sempre rumore, ma a volte silenzio. In piena pandemia, quando la realtà stessa sembrava sospesa, questo disco divenne un compagno di isolamento per molti, me compreso: non un grido, ma una voce calma che ricordava come si può continuare a vivere dentro l’anomalia. È un album che non cerca di cambiare il mondo, ma di abitare il presente— e in questo gesto c’è una forma di resistenza.
Dal punto di vista culturale, il suo impatto fu discreto ma profondo. Non riaccese un movimento, non inventò un nuovo suono, ma portò gli Strokes ad essere nuovamente veri e propri cronisti della modernità. Il Grammy vinto nel 2021 come miglior album rock fu la conferma di un’effettiva, autentica rinascita: in un’epoca in cui la musica sembra correre senza direzione, The New Abnormal rallenta, riflette, respira.
A distanza di cinque anni, il disco appare come una soglia: il momento in cui una band simbolo di una generazione accetta di invecchiare, senza però perdere la propria onestà. Gli Strokes non sono più i ragazzini pieni di sé di Is This It; sono uomini che hanno imparato a convivere con l’inevitabile. Ed è proprio questa consapevolezza, questo abbandono del mito della giovinezza eterna, a renderli di nuovo vitali.
Forse la vera “nuova anomalia” è questa: suonare con calma in un mondo che urla, guardare indietro senza nostalgia, dire la verità senza fretta. In un periodo di isolamento globale, The New Abnormal ricordò che la musica può ancora essere uno spazio di riconciliazione — tra passato e presente, tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.

-Casti

5–7 minuti
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