Ci sono dischi che sembrano voler definire un luogo, e altri che invece puntano a contenerlo. “WHATMORE”, il debutto dell’omonimo collettivo newyorkese (formato da Cisco Swank, Elijah Judah, Jackson August, Sebastiano e Yoshi T) appartiene alla seconda categoria: non si limita a descrivere New York, ma mira ad incarnarla. Uscito il 17 ottobre 2025, il disco nasce da un’idea apparentemente semplice, ma che nasconde il cuore pulsante della metropoli statunitense: il contrasto tra le vite e le influenze musicali dei 5 autori. “Cinque versioni della stessa città”, come la band ama definirsi nelle interviste: cinque punti di vista che non cercano di fondersi in un sound solo, ma bensì di convivere nella tensione delle loro differenze.
Questo intento è chiaro nella traccia “put it on hearts”, prodotta da Elijah, dove il gruppo dichiara apertamente il proprio manifesto estetico. Il brano si apre con un intreccio di arpe, chitarre e violini, improvvisamente tagliate da un beat hip-hop che scivola sotto le voci di Yoshi, Cisco e Sebastiano. È una canzone sulla vulnerabilità mascherata da sicurezza, sull’amore come rischio necessario: il titolo stesso suona come un invito a scommettere, a vivere senza riserve. È anche un primo assaggio della formula “WHATMORE”: il continuo cambio di prospettiva, il dialogo fra strumenti e generi completamente diversi, fra Brooklyn e il Lower East Side, fra il jazz delle famiglie di Swank e Judah e le radici italo-latine di Sebastiano.
Il gruppo, formatosi tra i corridoi della LaGuardia High School of Music & Art di Manhattan, porta nel proprio DNA quell’energia giovanile e sperimentale tipica della grande mela. “La città è il nostro sesto membro”, dicono spesso — e in effetti “WHATMORE” suona come una passeggiata tra i diversi quartieri della metropoli. Ogni brano è un paesaggio: “bombay (keep it alive)”, con il suo intreccio di R&B e hip-hop, evoca il ritmo febbrile di una notte nel Queens; “jenny’s”, invece, suona come i locali jazz di Harlem; “chicken shop date” vibra di ironia e autocelebrazione, mentre “jackie chan” si muove con l’agilità e la cattiveria di un film d’azione metropolitano.
“It’s so hard tryna make it all go my way / Is it heartache or just a long day? / So hard tryna keep it alive through the small things / Mixing my pride with the bombay”
canta Yoshi in “bombay (keep it alive)”, un ritornello che riassume l’intero spirito dell’album: la difficoltà di conciliare le proprie aspirazioni con la dura realtà, l’orgoglio con la vulnerabilità, il desiderio di successo e la paura incurabile di fallire. L’arrangiamento di Judah, costruito su una linea di basso sinuosa e percussioni pulsanti, sembra oscillare come la città stessa, che non dorme mai — ma che, ogni tanto, si ferma a pensare.
A livello sonoro, “WHATMORE” è un’evoluzione sonora continua ed imprevedibile. Il gruppo non teme di mescolare mondi apparentemente incompatibili: i falsetti soul di Judah convivono con le chitarre distorte di August, i groove latini di Sebastiano dialogano con le tastiere jazz di Swank, mentre Yoshi T tesse trame ritmiche e testi che oscillano incessantemente fra il rap old-school e l’hip-hop contemporaneo. È una fusione che non vuole apparire coerente, ma vera — come la città che la ispira, fatta di linee metropolitane incomprensibili, culture sovrapposte e slang che variano da quartiere a quartiere. In “chicken shop date”, forse il momento più spavaldo del disco, il flow di Swank si prende la scena:
“The black Anakin Skywalker, I’m chosen / I feel like Jesus, I’ll walk on water, I’m floating”
Il verso oscilla tra ironia, arroganza e delirio mistico, eppure funziona perfettamente: è la voce di una generazione che si muove tra la grandeur dei sogni e l’autoironia necessaria a sopravvivere. Musicalmente, il brano è un’esplosione di groove funk e beat hip-hop martellanti — una jam session che si trasforma in dichiarazione d’identità. Poi arriva “jenny’s”, ed è come se tutto rallentasse:
“I know why she could make it big time / But she’s scared to try again”
sussurra Jackson, e per un attimo l’album abbandona l’energia della metropoli per lasciare spazio alla fragilità. È una canzone che parla di paura e di rinascita, ma senza sentimentalismi: il suo minimalismo, fatto di chitarre filtrate e cori sommessi, mette in primo piano le parole, la voce, il respiro. È forse il momento più emotivamente diretto del disco, quello che mostra il cuore sotto la pelle.
Eppure “WHATMORE” non è mai un album introspettivo nel senso tradizionale. Ogni introspezione è filtrata da un senso collettivo: è sempre “noi”, mai soltanto “io”. Nelle loro interviste, i membri del gruppo insistono sul concetto di “coabitazione sonora”: ogni brano è costruito come un dialogo fra parti diverse di sé, tra personalità diverse di uno stesso subconscio, rappresentato da New York stessa. In “jackie chan”, ad esempio, la band gioca con la cultura pop per riflettere sul concetto di identità artistica: essere “l’eroe del proprio film”, ma senza mai smettere di dubitare. La produzione alterna synth cinematografici e chitarre indie-punk, fino a sfociare in un ritornello esplosivo, mostrando la capacità del gruppo di unire energia mainstream e scrittura ricercata rimanendo fedeli al proprio sound.
Il centro emotivo dell’album, però, rimane la già precedentemente citata “bombay (keep it alive)” — non solo per la sua forza melodica, ma perché rappresenta al meglio l’idea di “tenere viva la fiamma” nonostante tutto. “Mixing my pride with the Bombay”, ed è proprio in quella miscela di orgoglio e gin che si riconosce la filosofia di WHATMORE: affrontare la complessità della vita urbana con lucidità, ironia e calore umano.
Dal punto di vista concettuale, il disco è costruito come un mosaico di origini e culture diverse. Ogni membro porta con sé una geografia personale: il jazz come lingua madre, il rap come dialetto della strada, l’indie-rock come sfogo adolescenziale. Ma più che mescolare, “WHATMORE” sceglie di far convivere. È un album che non cerca di risolvere le differenze — le esalta, le fa vibrare insieme. Il risultato è un suono in continua mutazione, che rimane comunque riconoscibile: un’identità che nasce dal movimento, dal passaggio, dall’attrito e dall’amicizia.
Nell’ultimo brano “hit it”, la band lascia dissolvere gli strumenti in un crescendo jazz-rock degno di una colonna sonora cinematografica, che sembra fondersi con il rumore di sottofondo della città. È una chiusura che suona come una promessa: “WHATMORE” non è solo il nome di una band, ma una domanda aperta — “what more?”, cos’altro possiamo essere, cos’altro possiamo creare e diventare insieme?
Una volta finiti i circa 30 minuti di durata del progetto, resta la sensazione di aver ascoltato più una dichiarazione di intenti che un debutto: un album che non vuole imitare nessuno e non teme di sbagliare, che preferisce l’eccesso all’omologazione. “WHATMORE” è caotico, appassionato, irregolare — e proprio per questo vivo. È il suono di una generazione che rifiuta la purezza come categoria estetica in favore della contaminazione, della molteplicità, del dialogo. È una passeggiata musicale per New York, ma anche una mappa delle possibilità future della musica contemporanea.
In fondo, “WHATMORE” è ciò che il suo titolo suggerisce: un desiderio in forma di domanda, un continuo “di più” che non cerca risposte ma movimento. E nel momento in cui il disco si spegne, ciò che resta è il battito della metropoli — e con esso, quello di cinque anime che hanno imparato a suonare insieme senza mai smettere di essere diverse.
-Casti.
