La vita di tutti i giorni è fatta di dettagli che troppo spesso ignoriamo, eppure sono proprio quelli a raccontarci meglio di chiunque altro. La Vita Veramente parte da lì: dalle incertezze, dalle figuracce, dai pensieri mezzi detti. Fulminacci — al secolo Filippo Uttinacci — li raccoglie e li rimette insieme con una naturalezza sorprendente. Ho scelto di scrivere di lui perché la notizia della sua seconda partecipazione a Sanremo — dopo quella del 2021 — è arrivata da poco, riaccendendo l’attenzione su un artista che resta, a mio parere, uno dei cantautori più peculiari e sinceri della sua generazione.
Pubblicato nell’aprile 2019 e prodotto da Federico Nardelli e Giordano Colombo, l’album si muove tra ironie, malinconie improvvise e la sensazione costante di stare pensando troppo e vivendo troppo poco. Il cantautore romano, vincitore della Targa Tenco come Miglior Opera Prima proprio con quest’album, parla con una sincerità che non ha bisogno di alzare la voce.
A definire il disco non è una trama, né una progressione drammatica: è lo stato mentale da cui sembra nascere ogni pezzo. Una fluttuazione continua tra entusiasmo e perplessità, tra voglia di buttarsi e paura di essere fuori posto. Le chitarre — classica e semiacustica — sono l’elemento che tiene insieme tutto. L’estetica è domestica, quasi da salotto, lontana sia dal pop patinato dell’epoca sia dalla trap che dominava il panorama italiano. È l’intimità, più che la produzione, a creare coerenza: l’album sembra registrato con la porta socchiusa, come se l’ascoltatore stesse spiando un flusso di coscienza che l’autore non era ancora pronto a condividere.
L’ingresso nel disco passa dall’omonima traccia, La Vita Veramente, un manifesto spontaneo nato, come Fulminacci stesso ha raccontato, “tutto in macchina durante uno sfogo nel traffico”. La canzone esprime l’urgenza di vivere senza filtri, di essere davvero presenti nel proprio corpo e nella propria testa. Il verso
Proponimi dei sogni / ’Sticazzi poi dei soldi / A quelli ci pensiamo / Quando siamo grandi
racchiude la tensione tra idealismo giovanile e aspettative sociali: un invito a scegliere la vita prima delle categorie. Il brano scatta avanti come se avesse paura di perdersi per strada, rivelando la sua natura di confessione fatta d’istinto.
Con Tommaso l’intimità rimane, ma in uno scenario diverso. È il brano più vicino a una sceneggiatura, un piccolo film su un amore adolescenziale fragile e confuso. Fulminacci canta
Sono molto, molto sospetti gli incontri tra di noi / Se c’hai da fare dillo, se c’hai da dire fallo / Come vuoi
definendo in poche righe tutta la goffaggine dei 18 anni: quel continuo tentennare tra il dire e il non dire, tra paura di esporsi e bisogno di conferme. Filippo racconta quelle emozioni con micro-dettagli emotivi che restituiscono il senso di una promessa sempre sull’orlo di svanire.
Successivamente, Borghese in Borghese è una presentazione ironica e disillusa di sé. Fulminacci si definisce con un paradosso, giocando con l’idea che la sua identità sia sfocata, mutevole, poco eroica. Il fulcro del brano è il ritornello
Io canto la mia opinione così che si diffonda / Sono un borghese in borghese, è così che mi nascondo / Sono una statua di bronzo così che possa fondermi / Con la tua faccia da stronzo che uso per difendermi
segno di una coscienza autoironica che non pretende di essere ciò che non è. Il brano è un elogio alla mediocrità come postura esistenziale, non come resa: un ammettere con sarcasmo di venire “da una periferia non inflazionata” e di non avere una storia epica da raccontare.
In Resistenza, l’album abbandona questa provocazione ironica in favore una torsione più tesa, quasi febbrile. È il brano del fiatone emotivo, della ricerca incessante di una verità che sfugge.
Pensa se fosse una cosa di tutti / Sbagliare e poi ammettere subito di averlo fatto
è uno dei versi più trasparenti dell’intero disco: un desiderio di disarmo reciproco, di vulnerabilità condivisa. La canzone vibra come se il narratore fosse sempre sul punto di correre, anche quando resta immobile. Fulminacci la definisce “la ricerca ossessiva di qualcosa che non si sa cosa sia”, un’inquietudine che respira.
Dopo questa parentesi di tensione, La Soglia dell’Attenzione riporta tutto nella dimensione quotidiana delle serate semplici. È qui che compare uno dei versi più citati dell’album:
Che bella questa soglia dell’attenzione / Che non capisco mai niente / Una risposta non è / La stessa per tutti per sempre
Una dichiarazione di confusione elevata a libertà. Fulminacci intreccia ricordi di gricia, barbecue sul litorale romano e amicizie tranquille, trasformando la normalità in un luogo affettivo e prezioso. È un inno alla vita non spettacolare, a quella che non verrà ricordata ma che, paradossalmente, resta più impressa nei nostri ricordi.
Per chiudere, Una Sera tocca una delle immagini più potenti dell’intero disco. Il verso
[…] la sera si alza in piedi e fa quell’espressione che / Pensavo non avrei più visto / Che va bene per innamorarsi oppure per morire
mette un punto di bianco intermittente sull’asfalto mentale del disco. È il momento in cui Fulminacci riesce a far convivere due estremi — l’innamoramento e la fine — dentro un’unica immagine, senza bisogno di spiegare quale dei due prevalga. Una Sera è un ritorno a casa, sì, ma soprattutto un ritorno a sé stessi dopo un periodo di smarrimento: un movimento lento, contemplativo, che nella sua semplicità lascia un segno sorprendentemente profondo.
La riedizione in vinile uscita il 6 dicembre dello stesso anno aggiunge i singoli Le ruote, i motori! e San Giovanni, due brani che non stravolgono l’equilibrio del progetto, ma lo elevano. Le ruote, i motori! è un piccolo momento di corsa, un accumulo di immagini che sembrano rubate da un album fotografico sbiadito; San Giovanni, invece, ha quella malinconia a scoppio ritardato tipica di Fulminacci, un sentimento che sembra leggero mentre lo ascolti, e che poi ti rimane addosso quando la musica finisce. In entrambi i casi, l’estetica rimane intatta: chitarre che non cercano mai di imporsi, voce sempre un po’ perplessa, e un linguaggio che preferisce l’imbarazzo alla posa.
Uno degli aspetti più affascinanti di La Vita Veramente è che non sembra mai voler costruire un personaggio o una poetica chiusa. Fulminacci non offre un mondo da imitare, ma un luogo emotivo da abitare. Le sue canzoni non propongono grandi verità, ma piccole sincerità, momenti in cui ammettere di non sapere è più significativo che fingere certezze.
In un panorama musicale in cui spesso domina l’urgenza dell’immagine, della postura, dell’identità forte e riconoscibile, Fulminacci sceglie la via più difficile: quella della normalità. La sua è una poetica di anti-eroismo, in cui anche la fragilità ha una dignità narrativa, e in cui la confusione diventa una forma di onestà. La sua capacità di dire cose importanti senza mai farle sembrare “grandi” è forse ciò che lo rende un autore così riconoscibile. Nei suoi testi c’è sempre un passaggio, un’incrinatura, una frizione tra ciò che vorrebbe essere e ciò che è. Quella tensione, anziché essere nascosta, viene esposta, messa al centro, trasformata in musica. È un gesto che somiglia molto alla scrittura diaristica, ma senza cadere nell’autoreferenzialità: Fulminacci parla di sé come se stesse parlando di tutti, usando il proprio imbarazzo come linguaggio comune.
La Vita Veramente non pretende di essere un album generazionale: non ci sono slogan, né intenzioni sociologiche. Eppure, dentro i suoi brani si riconosce quella generazione che ha vissuto i vent’anni senza veri modelli da seguire: quella che non si ribella perché non sa esattamente a cosa ribellarsi, quella che cerca la verità ma si perde nelle proprie incertezze, quella che vuole vivere a pieno ma finisce spesso col restare sulla soglia.
In definitiva, La Vita Veramente è un album che sfida l’idea stessa di opera prima, rifiutando tanto l’urgenza di impressionare quanto quella di costruire un’immagine vera e destinata a durare. È un lavoro che preferisce mostrarsi per quello che è: un insieme di pensieri, dubbi, slanci e ammissioni, raccontati con una scrittura che non teme la fragilità. Fulminacci riesce a trasformare l’imbarazzo in un territorio fertile, una condizione esistenziale non da correggere, ma da ascoltare. Le sue canzoni non esplodono, non si impongono, non cercano il colpo di scena, ma restano proprio perché non fingono mai sicurezza, non promettono soluzioni, non impongono interpretazioni. È questo, in fondo, il motivo per cui credo che Fulminacci sia un punto di riferimento così insolito e prezioso nella musica italiana contemporanea — e forse il motivo per cui la sua nuova partecipazione a Sanremo arriva nel momento più adatto. Non per confermare un’identità, ma per mostrarla, ancora una volta, nella sua forma più sincera.
-Casti
