Dominic Fike, cantautore classe 95’ della west coast americana (originario di Naples, FL), è un artista difficile da descrivere. Anzi, è impossibile limitarlo ad una singola categoria: popstar, cantautore indie, attore, Dom vive sul bordo delle etichette comuni. E “Sunburn”, il suo secondo album, non è da meno. Il disco dimostra, attraverso ogni singola traccia, non il Dominic delle copertine, ma quello soffocato sotto questo cumulo di etichette: un ragazzo tranquillo, conviviale, che ti cattura con la semplicità della sua musica, quasi come se lo conoscessi da una vita. Questo però non rende meno potenti i messaggi all’interno del disco: infanzie tormentate, relazioni tossiche, rimorsi e un’eterna sensazione di fuga da sé stessi.
A tre anni di distanza da “What Could Possibly Go Wrong”, disco d’esordio che cercava di mettere in mostra il suo eclettismo, rivelando però la chiara inesperienza del giovane Fike, “Sunburn” è decisamente più compatto, più diretto e, soprattutto, più personale. Quindici tracce, poco meno di 40 minuti, ma pregni di una carica e densità emotiva che raramente si sente in lavori simili, e ancora meno ci si sarebbe aspettati da Dominic stesso.
L’atmosfera voluta è quella di un’estate lunga, lenta e bruciante. Non un’estate tipica, piena di tormentoni, discoteche o spiagge affollate, ma piuttosto una stagione passata da soli, cercando di far pace con i propri fantasmi del passato, che ancora ti inseguono senza scrollarsi di dosso. Il titolo stesso, Sunburn (scottatura) è emblematico: rappresenta una ferita superficiale ma non meno dolorosa, un’esposizione eccessiva a qualcosa che inizialmente sembrava bellissimo, ma che, a poco a poco, inizia inevitabilmente a far male. Una metafora geniale, e perfetta per molte delle storie raccontate nel disco.
Già dall’introduzione, “How Much Is Weed?”, si capisce che non sarà un ascolto convenzionale, e che il ragazzino inesperto del primo album ha finalmente trovato il suo stile. Con la sua struttura, a metà tra una parlata distratta e uno sfogo, coronata da un flusso continuo di chitarra, basso e kick, Fike ci introduce nel suo mondo: un mondo fatto di domande senza risposta, di solitudine, di flashback malinconici. È una canzone che suona come un pensiero delle 3 di notte, quando sei da solo con te stesso, ed è proprio questa sua impulsività a renderla affascinante.
Oltre a questa, altri highlight sono sicuramente “Mona Lisa” e “Ant Pile”, due dei singoli usciti prima dell’album, che uniscono melodie accattivanti a testi pieni di disagio e nostalgia. Ant Pile, in particolare, è un piccolo capolavoro di scrittura, in cui Dominic racconta un episodio traumatico dell’infanzia con uno sguardo adulto che non riesce però a distaccarsene del tutto. Il risultato è un racconto sonoramente tenero ma spietato allo stesso tempo, che ti fa riflettere. “Mona Lisa”, invece (presente anche nel capolavoro d’animazione “Spider-Man: Across The Spider-Verse”), parla di un amore travolgente, ossessivo, di quelli che ti entrano in testa e non ne escono più, paragonando la ragazza in questione alla Gioconda. È una riflessione sulla dipendenza affettiva, sulla nostalgia e sull’incapacità di dimenticare qualcuno che ti ha segnato profondamente, nel bene e nel male.
Ma “Sunburn” non è solo introspezione dolorosa. In tracce come “Think Fast” (con l’interpolazione di “Undone – The Sweater Song” degli Weezer), “Frisky” o “Sick”, Dom mostra la sua raffinata abilità di giocare con generi e toni diversi. Il suono trasla agilmente dal pop all’indie, dal lo-fi all’alt-rock, con una naturalezza che, negli anni, si è riconfermata la sua firma e punto di forza. Eppure, anche nei pezzi più movimentati, c’è sempre quel retrogusto amaro, come se si venisse investiti da una serie di ricordi spiacevoli ed errori anche durante una serata di festa tra amici.
Un aspetto fondamentale del disco è la produzione: volutamente grezza, quasi artigianale, come se l’avesse registrata un ragazzino alle prime armi, nella sua stanzetta disordinata, piena di speranze e strumenti musicali. Le chitarre sono spesso piene di riverbero, sgranate, oscurate — ma mai per caso. Questo tipo di estetica “sporca” contribuisce a rendere il tutto più intimo, più reale, più familiare. Dominic non cerca di nascondere le crepe, le mette in primo piano, le tira fuori, sia da sé stesso che da noi spettatori.
Ciò che colpisce di “Sunburn” è che, pur essendo un album profondamente personale, potrebbe rappresentare ciascuno di noi. Fike non pretende di fare il maestro di vita, non ricerca in noi la commozione, ma racconta sé stesso, senza filtri, con la stessa sincerità con cui un amico ti confesserebbe un segreto mentre vi fumate una sigaretta sul marciapiede. Ed è proprio questa autenticità a renderlo potente.
In definitiva, “Sunburn” è un disco che parla non di maturità, ma di una transizione, di una crescita inevitabile che, prima o poi, arriva per tutti. Parla di come si prova a diventare grandi senza riuscirci del tutto, e di come anche il sole più splendente possa lasciare cicatrici. Non è sicuramente un album perfetto, e forse nemmeno vuole esserlo.
Ma è un’esperienza: onesto, diretto, emotivamente vivido. È un disco che spinge lo spettatore non solo ad ascoltare, ma a ripensare ai propri sbagli, e a spingerlo a lasciarseli indietro in favore di quel lunghissimo percorso che è la maturità.
o magari a riconoscersi in qualcuna di quelle scottature, sapendo che, prima o poi, guariscono anche loro.
-Casti
