L’ironia, veicolata nel mezzo più diffuso oggigiorno, ovvero i meme (O come diranno taluni,
“le meme”), non sempre si comporta come ci si aspetta.
Nel passato, come testimonia la tradizione del carnevale, la satira ed ironia (utilizzati come
sinonimi qui, nonostante abbiano delle connotazioni diverse) erano in grado di unire la
popolazione ed attaccare il potere.
Invece oggigiorno il nostro modo di fare ironia è profondamente cambiato. Infatti è diventata
un’espressione estremamente personale, tanto che è sempre meno raro fare battute che
non tutti possono capire, ma che fanno ridere solo un ristretto gruppo di persone. (inside
jokes).
Prendiamo quest’ultimo tipo di fenomeno, sicuramente più familiare.
Vorrei parlarvi oggi dei concetti elaborati qualche anno fa di “Post ironia” e “Meta ironia” dal
momento che sono strettamente connessi alla dimensione sociale dell’ironia.
Partiamo dalla sincerità, ovvero dire direttamente quello che si pensa. Passiamo poi
all’ironia o al sarcasmo, che è il dire l’opposto di quello che si pensa esagerandolo.
Entrano in scena la meta ironia e la post ironia.
La post ironia è inteso come l’atto di dire sinceramente ciò che si pensa ma come se fosse
una frase ironica, mentre invece la meta ironia è stata definita come il dire qualcosa in un
modo che nè per forma, nè per contenuto può essere definito ironico, nonostante se ne
faccia un uso ironico. Il fatto che faccia ridere dipende solo dal sapere che il parlante non lo
direbbe mai seriamente. Dunque, per capire che è una frase umoristica, bisogna conoscere
la persona.
I nostri venticinque lettori si chiederanno ora dove questo discorso vuole portare.
Questo nuovo uso dell’ironia simboleggia un uso in un certo senso privato di questa, che
appunto viene utilizzato solo in contesti chiusi ed autoreferenziali.
L’ironia è quindi uno strumento di riconoscimento di un determinato gruppo, che vede
riflessa nell’ironia proprio la propria diversità rispetto al resto.
Dubito che vostra zia possa ridere a

Nel passato invece, come ci ricorda il buon Umberto Eco, la parodia era una sorta di arma
che poteva benissimo essere utilizzata contro le istituzioni che per la maggior parte si
basavano sulla paura.
In quel caso però era un’ironia condivisa da tutti, dalle classi sociali più basse a quelle più
alte, che inevitabilmente diventavano il bersaglio diretto ed esplicito di questa abitudine.
Non erano dunque inside jokes, ma parte integrante della “cultura di massa” (sebbene non si
potesse ancora parlare propriamente di una cultura di massa).
L’ironia dunque era il collante, ed era proprio attraverso questa che le persone potevano
venire in un certo senso rese uguali, come ci ricorda il carnevale, in cui si abbandonava la
propria identità per una fittizia, veicolata da una maschera e soprattutto in cui il servo
diventava padrone e viceversa.
“Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché‚ nella festa degli stolti anche il diavolo
appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che
liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola,
il villano si sente padrone, perché‚ ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro
potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il
capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell’intelletto quello che nel gesto
irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio
dell’uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte
come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! Il riso distoglie,
per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura il cui nome
vero è timor di Dio. “
-Sole
