Dopo 9 mesi dal suo ultimo progetto e con zero preavviso, Tyler, the Creator ha fatto una di
quelle mosse che pochi artisti al mondo possono permettersi: pubblicare un album totalmente
dal nulla. Strano ma vero, lunedì ci siamo svegliati con “Don’t Tap The Glass”, un progetto
breve, intenso e, soprattutto, completamente diverso dalla direzione che Tyler aveva dato alla
sua musica dopo Chromakopia.
Ma partiamo dall’inizio: “Don’t Tap The Glass” è il nono album in studio di Tyler e arriva a
meno di un anno dal suo ultimo lavoro, introspettivo e personale, in cui il rapper metteva a
nudo tutte le sue insicurezze e si mostrava per quello che è: fragile,stanco e soprattutto
umano. Era un disco pensato per far riflettere e, forse, anche un po’ per piangere. Ecco,
DTTG fa l’esatto opposto, lasciando spazio totale al caos e al divertimento sfrenato, tipico del
personaggio di Tyler.
Il risultato? Dieci tracce, poco meno di 29 minuti. È l’album più corto della sua carriera, ma
non per questo bisogna screditarlo: l’impressione è che Tyler abbia voluto condensare tutte le
influenze dei generi e ritmi che spesso associamo al suo operato: synth taglienti, bassi
profondi, groove irresistibili e un’anima funk/jazz/house che ti prende al primo ascolto e non
ti molla più.
La produzione è chiaramente il vero cuore pulsante di Don’t Tap The Glass, specchiando così
il focus sui testi visto in Chromakopia. Fin dal primo brano ti ritrovi catapultato in un
universo sonoro solo apparentemente caotico, dove ogni suono è al suo posto e forma
armonie ricche di strati ma mai eccessive. Quello che ne risulta è un sound “anarchico”, come
se Tyler stesse improvvisando in uno studio con musicisti dal vivo, e non da solo chiuso
davanti a un laptop, anche se sappiamo che tutte le produzioni sono esclusivamente sue.
La cosa interessante è che, pur mettendo in secondo piano il lato lirico rispetto ai suoi ultimi
lavori, Tyler non smette di comunicare emozioni, semplicemente cambiando metodo: meno
riflessivo, meno pensieri in favore di un sound più istintivo. In brani come “Tell Me What It
Is” o “I’ll Take Care Of You” ritroviamo una produzione più tranquilla, ma sono semplici
attimi di calma nel mezzo della frenesia delle altre tracce, che riparte immediatamente come
nulla fosse, un po’come nella vita di tutti i giorni.
Un altro aspetto sorprendente di questo disco è come Tyler riesca a reggere tutto praticamente
in solitaria. Le collaborazioni si contano sulle dita di una mano: Pharrell Williams in “Big
Poe”, Baby Keem su “Don’t Tap The Glass/Tweakin’”, DAISY WORLD! e Madison
McFerrin in “Don’t You Worry Baby”. E i contributi sono semplici dettagli, tocchi di colore
che arricchiscono senza togliere il focus dall’artefice principale del progetto. È chiaramente
un disco pensato, scritto, suonato e costruito attorno a Tyler, una bolla creata da lui stesso
dove poter dare sfogo al suo io senza pressioni, senza aspettative.
In questo senso, Don’t Tap The Glass è un manifesto per Tyler: non è un disco pensato per
fare numeri o conquistare le playlist di Spotify. Eppure ti entra in testa e ci rimane.
Anche il titolo è interessante: “Don’t Tap The Glass”, cioè “Non toccare il vetro”. Ma cosa
significa? I fan hanno speculato che Tyler intenda di non mettere in pausa l’album “toccando
il vetro” dello schermo del nostro cellulare, e di ascoltarlo tutto d’un fiato. Altri, analizzando
uno dei post su instagram di Tyler rigardo al progetto, sono arrivati alla conclusione che il
messaggio sia di divertirsi come meglio si crede, senza curarsi di essere filmati e presi in giro
semplicemente per essere se stessi. Ma non pensiamoci troppo su.
Dopo vari ascolti, DTTG si rivela per quello che è: un disco estivo nel senso più puro e
autentico del termine. Trasmette quella voglia di leggerezza, di movimento, di abbandonarsi
senza pensarci su. È la colonna sonora perfetta per un viaggio al fiume in macchina, per una
festa tra amici in terrazza, o semplicemente per scatenarsi da soli in camera.
Insomma, con Don’t Tap The Glass Tyler non ci chiede di pensare, ci chiede di muoverci. E a
volte è proprio quello di cui abbiamo bisogno.
-Casti
