Un video pubblicato per divertimento, qualche visualizzazione, nuovi follower. Poi qualcosa cambia: l’immagine pubblica inizia a contare più del previsto e anche le amicizie rischiano di diventare complicate. Ma perché i social possono modificare così tanto il modo in cui percepiamo noi stessi?
All’inizio era soltanto un passatempo.
Qualche video su TikTok, delle storie su Instagram, magari contenuti ironici registrati con gli amici durante una serata universitaria.
Nessuna particolare ambizione, nessuna strategia. Soltanto il piacere di condividere qualcosa e divertirsi.
Poi arrivano le prime visualizzazioni, qualche follower in più, persone che iniziano a riconoscerti o a commentare quello che pubblichi.
E lentamente qualcosa può cambiare.
Quello che prima era un gioco diventa un’attività da organizzare. Ogni fotografia viene selezionata con maggiore attenzione, ogni storia deve comunicare qualcosa e persino una semplice uscita con gli amici può trasformarsi in un’occasione per produrre contenuti.
Fin qui, niente di necessariamente negativo.
Ma cosa succede quando la percezione della propria importanza online inizia a influenzare anche il modo in cui trattiamo le persone nella vita reale?
È qui che entra in gioco quella che, nel linguaggio dei social, viene spesso chiamata sindrome del protagonista.
Che cos’è la sindrome del protagonista?
La cosiddetta main character syndrome, o sindrome del protagonista, è un’espressione popolare utilizzata per descrivere la tendenza a percepire sé stessi come il personaggio centrale di una storia, interpretando ciò che accade intorno in funzione della propria esperienza.
Non si tratta di una diagnosi psicologica riconosciuta, né di un disturbo clinico.
Il termine è soprattutto una metafora culturale, diventata popolare attraverso TikTok e Instagram.
In una certa misura, ciascuno di noi è il protagonista della propria vita. Abbiamo desideri, obiettivi, esperienze e una personale interpretazione degli eventi.
Il problema può emergere quando questa prospettiva diventa eccessivamente autoreferenziale, fino a ridurre l’attenzione verso i bisogni, i sentimenti e il punto di vista degli altri.
In un mondo in cui ogni persona può raccontare quotidianamente la propria vita a un pubblico, il confine tra esprimersi e costruire continuamente un personaggio può diventare meno evidente.
La microcelebrità: comportarsi da famosi senza esserlo necessariamente
Il fenomeno ha un collegamento interessante con un concetto studiato nella sociologia dei media: la microcelebrità.
Le ricercatrici Alice Marwick e danah boyd hanno analizzato il modo in cui le piattaforme digitali consentono alle persone di adottare pratiche tipiche delle celebrità, anche al di fuori dei tradizionali circuiti della fama.
Gestire la propria immagine, curare la comunicazione con i follower, raccontare dettagli della vita privata e costruire un rapporto apparentemente diretto con il pubblico diventano elementi di una vera e propria strategia di presentazione personale.
La particolarità è che non occorre avere milioni di follower per adottare questi comportamenti.
Anche chi possiede un pubblico relativamente piccolo può iniziare a ragionare in termini di reputazione, immagine e riconoscibilità.
Questo non significa che ogni piccolo creator si consideri una celebrità.
La microcelebrità descrive soprattutto un insieme di pratiche comunicative, non un difetto della personalità.
Tuttavia, può offrire una chiave di lettura per comprendere un cambiamento interessante: quando smettiamo di pensare a ciò che vogliamo condividere e iniziamo a preoccuparci soprattutto di come vogliamo essere percepiti.
Perché poche visualizzazioni possono sembrarci un grande successo?
Immaginiamo uno studente universitario che pubblichi un video visualizzato da 5.000 persone.
Nella sua quotidianità, probabilmente non è abituato a parlare davanti a un pubblico di quelle dimensioni.
Vedere quel numero sullo schermo può quindi essere un’esperienza gratificante.
Per chi fino a poco tempo prima condivideva contenuti soltanto con gli amici, anche un aumento relativamente modesto delle interazioni può assumere un significato importante.
La questione non è stabilire se 5.000 visualizzazioni siano tante o poche in assoluto.
È comprendere il valore soggettivo che quella persona attribuisce al risultato.
Le metriche digitali rendono visibile e quantificabile l’attenzione ricevuta, ma non raccontano necessariamente quanto un contenuto sia stato apprezzato, ricordato o considerato importante.
Una visualizzazione non equivale a un ammiratore. Un follower non è necessariamente una persona interessata alla nostra vita. E una certa quantità di interazioni non corrisponde automaticamente a una reale notorietà.
Eppure, se iniziamo ad associare quei numeri al nostro valore personale, la percezione del successo può diventare sempre più dipendente dalle reazioni online.
Il pubblico immaginato: quando pensiamo che tutti ci stiano guardando
Un altro concetto interessante è quello di imagined audience, il pubblico immaginato.
Nel 2011 Marwick e boyd hanno approfondito come le persone che pubblicano sui social si rappresentino mentalmente il proprio pubblico e adattino di conseguenza ciò che condividono.
Spesso non sappiamo esattamente chi guarderà una storia, chi leggerà un post o chi parlerà dei nostri contenuti.
Per questo costruiamo una rappresentazione mentale delle persone a cui ci stiamo rivolgendo.
Il nostro pubblico reale e quello che immaginiamo non coincidono necessariamente.
Questa distinzione può diventare importante quando una persona inizia a preoccuparsi costantemente della propria immagine.
Un video spontaneo potrebbe sembrare improvvisamente rischioso. Una fotografia poco riuscita potrebbe diventare qualcosa da evitare. Una battuta tra amici potrebbe essere interpretata come una potenziale minaccia per la reputazione.
Non perché esista davvero un pubblico enorme pronto a giudicare ogni comportamento, ma perché l’idea di essere osservati può influenzare il modo in cui ci comportiamo.
Quando l’amicizia rischia di diventare una questione di immagine
La gestione della propria presenza online può avere conseguenze anche sulle relazioni personali.
Pensiamo a un gruppo di amici abituato a registrare video e pubblicare fotografie insieme.
All’inizio tutto avviene spontaneamente: qualcuno riprende una scena divertente, gli altri ridono e il contenuto viene condiviso.
Con il tempo, però, una delle persone potrebbe iniziare a vivere la propria presenza digitale in maniera più professionale.
Potrebbe desiderare maggiore controllo sulle fotografie pubblicate, preoccuparsi della propria reputazione o preferire che determinati contenuti rimangano privati.
Di per sé, nulla di sbagliato.
Chiedere il consenso prima di pubblicare immagini e video che ritraggono altre persone è una forma di rispetto, non un atteggiamento da celebrità.
Le tensioni possono emergere, invece, quando le nuove aspettative non vengono comunicate chiaramente o quando la gestione dell’immagine assume un’importanza tale da modificare le dinamiche del gruppo.
Un amico potrebbe sentirsi trattato come un collaboratore anziché come una persona cara.
Un altro potrebbe percepire che ogni momento trascorso insieme debba diventare materiale da pubblicare.
E qualcun altro ancora potrebbe avere l’impressione che la spontaneità sia stata sostituita dalla necessità di apparire sempre nella maniera giusta.
In questi casi, il problema non è necessariamente la popolarità.
È il cambiamento delle aspettative reciproche.
Social e narcisismo: esiste davvero un collegamento?
Quando qualcuno appare particolarmente concentrato sulla propria immagine, una delle prime parole che vengono utilizzate è spesso «narcisista».
Ma la psicologia richiede molta più cautela.
Una meta-analisi pubblicata nel 2018 sul Journal of Personality ha esaminato 57 studi, per un totale di 25.631 partecipanti, individuando un’associazione positiva ma relativamente contenuta tra narcisismo grandioso e alcuni comportamenti sui social network.
Il collegamento risultava più evidente per determinate attività di autopresentazione rispetto al semplice tempo trascorso online.
Questo dato non significa che pubblicare molti contenuti renda una persona narcisista, né che un creator attento alla propria immagine abbia necessariamente un problema psicologico.
Le correlazioni statistiche non dimostrano automaticamente rapporti di causa ed effetto.
Inoltre, essere ambiziosi, desiderare attenzione, proteggere la propria immagine o cercare riconoscimento non equivalgono a un disturbo della personalità.
Il punto interessante è un altro: le piattaforme digitali possono offrire numerose occasioni per costruire e mostrare un’identità pubblica.
Il significato psicologico che attribuiamo a questa attività dipende dalla persona, dalle sue motivazioni e dal contesto.
Quando creare contenuti smette di essere divertente
Non tutte le persone vivono allo stesso modo la crescita di un profilo social.
Per alcuni, ottenere visibilità rappresenta un’opportunità creativa o professionale.
Per altri, può trasformarsi in una nuova fonte di pressione.
Il rischio emerge quando ogni attività deve essere valutata in funzione di un possibile contenuto e quando il piacere di vivere un’esperienza lascia progressivamente spazio alla necessità di documentarla.
Una serata con gli amici non è più soltanto una serata.
Diventa un’occasione per registrare qualcosa.
Un viaggio non è più soltanto un’esperienza.
Diventa una sequenza di fotografie da selezionare.
E perfino un momento particolarmente divertente può perdere spontaneità se viene continuamente interrotto per trovare l’inquadratura perfetta.
Naturalmente, non esiste una quantità di contenuti oltre la quale questo cambiamento si verifichi automaticamente.
La differenza sta soprattutto nel rapporto che instauriamo con la nostra presenza digitale.
Stiamo usando i social per raccontare la nostra vita oppure stiamo organizzando la nostra vita per avere qualcosa da raccontare sui social?
La vera popolarità non si misura soltanto in follower
Essere conosciuti online può offrire opportunità interessanti.
Può permettere di conoscere persone, collaborare con realtà nuove, esprimere idee e trasformare una passione in un progetto.
Ma la visibilità digitale e la qualità delle relazioni personali sono dimensioni differenti.
Avere molti follower non significa necessariamente essere circondati da amicizie profonde.
Così come avere pochi follower non significa essere socialmente irrilevanti.
Le amicizie si costruiscono attraverso reciprocità, fiducia, tempo condiviso e capacità di considerare anche i bisogni degli altri.
Sono aspetti che non possono essere misurati attraverso le visualizzazioni di una storia.
Quando la propria identità digitale diventa particolarmente importante, può essere utile chiedersi se il modo in cui gestiamo la nostra immagine stia rendendo più difficili i rapporti con chi ci conosce al di fuori dello schermo.
Non per rinunciare alle proprie ambizioni, ma per evitare che l’immagine pubblica diventi l’unico criterio attraverso cui valutiamo noi stessi e le nostre relazioni.
Essere protagonisti della propria vita non significa che gli altri siano comparse
Forse il problema non è desiderare di essere protagonisti.
In fondo, tutti abbiamo il diritto di costruire una vita che ci rappresenti, inseguire progetti e condividere ciò che ci rende felici.
Il problema può nascere quando dimentichiamo che anche le altre persone hanno una storia, una sensibilità e delle aspettative indipendenti dalle nostre.
Un amico non è automaticamente parte del nostro pubblico.
Una relazione non è necessariamente un contenuto.
E un momento vissuto insieme non deve per forza trasformarsi in qualcosa da mostrare.
La popolarità può essere gratificante, ma non dovrebbe diventare l’unico parametro attraverso cui misuriamo il nostro valore.
Perché esiste una differenza fondamentale tra essere osservati ed essere conosciuti, tra ricevere attenzione ed essere amati.
E forse è proprio questa la domanda che vale la pena porsi:
Se domani sparissero follower, visualizzazioni e like, quali persone continuerebbero a far parte della nostra vita?