• Date a Sebastian Stan il suo romcom! Questo è il primo pensiero che mi ha seguito per tutta la sera dopo aver visto il film “A different man”, scritto e diretto da Aaron Schimberg. Una pellicola del 2024 a metà tra drammatico e thriller, che ha fatto guadagnare a Stan un Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musicale. Le lodi sulla sua interpretazione sono ciò che mi hanno spinto a vedere il film: Sebastian Stan rimane un attore molto sottovalutato con straordinarie doti recitative, che ama buttarsi in ruoli tragici che lasciano devastato lo spettatore. Non mi aspettavo quindi di trovarmi di fronte a un film che riflette su una moltitudine di temi, dall’identità al rapporto conflittuale con sé stessi. Il tutto con una regia e una fotografia che sembrano uscite direttamente dagli anni ‘70.

    Trama
    La storia ruota attorno a Edward, un aspirante attore affetto da neurofibromatosi di tipo 1 (una malattia che gli causa gravi deformità al volto). Il protagonista è terribilmente insicuro e timido a causa di questa condizione, che lo spinge a condurre una vita solitaria ai margini della società. Tutto cambia quando fa amicizia con Ingrid (Renate Reinsve), un’aspirante drammaturga, e scopre una cura sperimentale che può trasformare la sua vita. Una volta guarito, con un nuovo aspetto attraente, finge la propria morte e assume l’identità di Guy: un agente immobiliare che rappresenta tutto ciò che ha sempre voluto essere. Tuttavia Ingrid scrive una pièce teatrale sulla sua vecchia vita, ed Edward decide di partecipare allo spettacolo interpretando sé stesso. Sarà l’inizio di un viaggio inquieto che metterà alla prova la sua lucidità mentale. 

    La maschera e il parallelismo con “Il fu Mattia Pascal” 

    La pellicola ha un che di pirandelliano, a cominciare dal simbolismo della maschera presente nella storia. La scena che lo rappresenta perfettamente è quella che vede Edward guarire del tutto dalla malattia: in un momento estremamente grafico, si strappa i residui del suo vecchio volto per fare posto a quello nuovo. Passa da una maschera all’altra, da Edward a Guy, nella vana speranza che quella nuova possa soddisfarlo veramente. Inoltre la maschera di Edward ricompare letteralmente nella seconda metà del film, quando il protagonista decide di interpretarsi nella pièce di Ingrid.
    Un simbolo della costante presenza della precedente vita, che continua a tormentarlo. L’assunzione della nuova identità ricorda “Il fu Mattia Pascal” (sempre di Pirandello): entrambi i protagonisti credono che con delle nuove sembianze, potranno finalmente esaudire tutti i loro desideri ed essere la versione migliore di sé stessi.
    Tuttavia, ambedue finiscono per essere soltanto delle ombre. Edward, anche con una nuova vita piena di successi, non riesce a lasciarsi indietro la sua insicurezza e la sua timidezza: rimane nel suo guscio e finisce col condurre un’esistenza simile a quella precedente. Soltanto il suo aspetto esteriore è cambiato: finché non acquisterà più fiducia in sé stesso, non riuscirà mai a essere altro che una copia della sua vecchia identità.

    L’importanza del rosso 

    Similmente a “Taxi Driver”, la New York di “A different man” è il ritratto della solitudine del protagonista. Dall’appartamento angusto che cade a pezzi, ai locali notturni che abbagliano lo spettatore con luci ipnotiche. Il pubblico è trasportato in un mondo confusionario e spiazzante che rispecchia la crisi del protagonista. Un altro tratto distintivo del film è l’uso del colore rosso: appartiene ad Edward, lo segue per tutto il film. Da alcuni mobili nel suo

    appartamento al suo abbigliamento, persino dopo la sua trasformazione in Guy. Il rosso è spesso associato alla violenza, al sangue e alla passione amorosa: elementi riconducibili ad Edward. Nella scena della “trasformazione”, il rosso sembra il vero protagonista: il sangue che cola dal viso e la violenza con cui il protagonista si strappa pezzi del volto. Inoltre, soprattutto nella prima metà della pellicola, Edward desidera l’amore: si innamora non ricambiato di Ingrid e il suo rifiuto lascia una ferita profonda nel suo animo. Il rosso che lo accompagna per tutta la storia potrebbe essere anche simbolo della sua stasi: Edward non cerca mai di cambiare sé stesso, ed è proprio questa la sua tragedia. 

    Considerazioni personali 

    L’elemento migliore del film rimane la recitazione di Sebastian Stan, che ho amato. È capace di esprimere una vasta gamma di emozioni attraverso il suo corpo. Un esempio perfetto è come riesce ad esternare l’insicurezza di Edward anche dopo la “trasformazione”, in piccoli ma fondamentali gesti. Cammina per la città come se non volesse attirare l’attenzione, proprio come faceva prima della cura, e si ritrae istintivamente al contatto altrui.
    Il protagonista tenta di dimenticare la sua vecchia identità, ma il suo corpo gliela ricorda costantemente. Un altro pregio della pellicola è il suo crescente tono angosciante e inquieto, che turba e affascina lo spettatore allo stesso tempo. Il ritmo lento e ipnotizzante della storia, trascina il pubblico nel declino mentale del protagonista in un’atmosfera che diventa sempre più surreale, a tratti assurda. 

    A chi lo consiglierei? 

    A tutti quelli che amano film grotteschi ai limiti della ragione, che non hanno paura di affrontare in modo crudo e spiazzante temi delicati. A chi cerca un film in cui la recitazione è fatta di gesti apparentemente insignificanti ma che raccontano molto di più delle parole. “A different man” è un film meraviglioso, uno dei più belli degli ultimi anni a parer mio, che d’ora in poi consiglierò a tutti quelli che conosco. 

    Dedico questa recensione alla mia amica pazza di Sebastian Stan, bacioni G .

    -Laura Tomasi

    4–6 minuti

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