Mariasole non ricorda più il sapore della spensieratezza. Ma Dio solo sa quanto freme al solo pensiero di poter ritornare indietro nel tempo.
Nella notte, quando si abbandona sopra le lenzuola del letto in attesa di dormire, delle lacrime bagnano il suo viso.
Dopo aver trattenuto a lungo un muto dolore, anche loro si lasciano andare alla fragilità.
Rivolge lo sguardo al soffitto, sperando di trovare così le risposte alle domande che non la lasciano riposare.
La scomparsa precoce di una figura paterna è un vuoto interiore a cui non ci si abitua mai completamente.
Mary si promette con decisione di colmarlo per evitare di percepire anche solo lievissimamente quel dolore che, inesprimibile a parole, è inevitabilmente presente.
La sua amica d’infanzia accoglie il suo malessere e davanti a due tazzine di caffè la introduce al processo di accettazione.
Benedetta è l’unica persona capace di vederla e ascoltarla. L’osservazione è una dote rara, in quanto appartiene solo agli esseri umani dotati di una sensibilità estranea ai più, una profondità dunque estremamente sensibile.
Ancora non ufficialmente dottoressa in psicologia, Mary già le riconosce il merito della lode.
“Grazie per esserci, lo apprezzo sinceramente”, e così dicendo la stringe in un abbraccio senza fine.
Il tramonto della sua relazione con Filippo ha spento la sua luce per molto tempo, portandola a dimenticarsi di sé stessa e di ciò che di bello faceva parte della sua vita. In fin dei conti è il prezzo dell’amore: donarsi per poi soffrire.
Tuttavia Mary ha presto compreso che dalla sofferenza può nascere la poesia, perciò ha deciso di non rinchiudersi nella solitudine e di darle nuova vita.
Era luglio inoltrato quando Mary varcò per la prima volta l’uscio del teatro della sua città.
All’invito di riflessione apposto alla parete del muro del corridoio d’entrata “Perché oggi sei qui?”, la timida bambina che canticchiava con il padre le dolci melodie di Battisti rispose sussurrando: per trasformare il mio sconforto in cura.
Francesca Zogno
