Il 27 di agosto, in tutte le sale cinematografiche italiane, uscirà il nuovo film di Kore-eda Hirokazu. Maestro del cinema giapponese moderno, torna sui grandi schermi con una storia che, ancora una volta, promette di toccare le corde più intime della nostra sensibilità.
In occasione di questa uscita riavvolgiamo un po’ il nastro nella carriera del regista per osservare come, l’interesse per questo tipo di storie, sia sempre stato in realtà il tema principale delle sue opere, il filo rosso che ha unito la maggior parte dei suoi capolavori.
Sì, perché Kore-eda ha quella brillante capacità di raccontare di storie umane. Storie di maternità, di paternità, storie di fratellanza e amicizia, storie di famiglia.
Che cos’è davvero una famiglia?
Recentemente, rimettendo gli occhi sui suoi lavori, e riflettendo un po’ riguardo tutto quello che succede quotidianamente attorno a me, mi è sovvenuta una domanda: che cos’è una famiglia?
Può sembrare una domanda banale, e forse lo è, ma me lo sono chiesto e non sono riuscito a trovare una risposta che fosse abbastanza esaustiva. In realtà penso che nessuno possa davvero definire al 100% l’idea di famiglia perché essa è moltissime cose. Per un sacco di tempo pensavamo, come società, di poter dare per scontato il suo significato, erroneamente. Il concetto che abbiamo sempre attribuito a questa parola è un concetto che deriva da anni di idee stereotipate e obbligate. Ora invece siamo arrivati a comprendere che la famiglia è un’infinità di cose, di modi, di storie, di persone e molto spesso non prevede nemmeno il legame di sangue. Non ci sono modi giusti o sbagliati di essere una famiglia (anche perché cos’è che è per definizione giusto e cosa è per definizione sbagliato) semplicemente ci sono infiniti modi di esserlo, tutti belli, tutti degni di essere vissuti, e nel campo dell’arte, anche raccontati.
Shoplifters e Broker
E questo è quello che la carriera di Kore-eda ci ha dimostrato. Lui è un maestro nel saper trovare sempre il modo giusto per raccontare queste infinite storie diverse.
Prendiamo come esempio Shoplifters, uno dei suoi lavori più celebri.
La storia ci mostra una famiglia, composta da mamma, papà, figlio, figlia, perfino la nonna, eppure nessuno di loro è davvero imparentato con gli altri. Secondo la definizione letterale della parola famiglia, quella rappresentata da Kore-eda di certo non potrebbe esserla, eppure i protagonisti lo sono.
Sono persone che si vogliono bene, che si sostengono e che lottano tutte per un bene comune, quello della sopravvivenza degli altri membri.
C’è un dialogo tra la “nonna” e la “mamma” ad un certo punto del film, quando le due discutono della piccola bimba che un po’ inaspettatamente è finita a far parte di quel particolare quadretto:
mamma: “pensi che lei ci abbia scelto?” / nonna: “di solito non si possono scegliere i propri genitori, ma forse è più forte se la scelta è tua.” / mamma: “cosa è più forte?” / nonna: “il legame. anche io ho scelto te.”
Potremmo anche parlare di Broker, altro capolavoro di Kore-eda.
Anche in questo caso ci sono dei personaggi che non hanno legami di sangue, e che anzi, vivono vite diverse. Poi qualcosa (e qui è sempre magistrale Kore-eda con le sue storie) mette tutti sulla stessa strada, e un gruppo di persone che non si conoscono e che potenzialmente non hanno niente in comune, si ritrovano su un minivan diretti verso un parco divertimenti per famiglie.
Allora anche Kore-eda sembra farci la stessa domanda: che cos’è davvero una famiglia? È un numero indefinito di persone legate dal DNA? È un gruppo di persone che lottano e remano verso lo stesso obiettivo? Oppure semplicemente persone che si ascoltano, che si comprendono e che non si giudicano a vicenda?
Probabilmente è tutto quanto necessario e allo stesso tempo non abbastanza per poter dare la definizione perfetta di famiglia, probabilmente c’è dell’altro.
Sheep in the box
Forse non serve dare davvero una risposta. Forse questi infiniti modi di essere una famiglia devono semplicemente esistere ed essere raccontati. Non conta quanti siamo, da quanto ci conosciamo, chi abbiamo perso o chi abbiamo conosciuto, non conta cercare di dare una definizione a tutto quanto, forse basta solo provare a viverlo.
Come la storia della famiglia di Sheep in the Box, che racconta la tragedia di una coppia che ha perso il proprio figlio e che ora lo cerca in un altro bambino, che però non è propriamente un umano.
Ancora una volta Kore-eda mette sullo schermo tutto il suo cinema, contestando continuamente la bontà del bene e la malvagità del male, rendendoci impossibile, come spettatori, provare a dare un giudizio morale su ciò che vediamo. Sarebbe poi così giusto rimpiazzare il proprio figlio con un altro? Avrebbe senso? Sarebbe così sbagliato rifiutare di chiamarlo figlio? Sarebbe ancora possibile definire quella, una famiglia?
Chi lo sa, magari questa volta Kore-eda ce lo dirà, o più verosimilmente, dovremo solo lasciare che ci venga raccontata la loro storia e scoprire un altro modo di essere una famiglia.
Diego.
