• Prima ancora di conoscere batteri, virus e microbi, Venezia aveva già sviluppato un sistema organizzato per cercare di fermare le epidemie. Navi isolate nella laguna, merci sottoposte a periodi di contumacia, persone allontanate dalla città e isole trasformate in strutture sanitarie: è la storia dei lazzaretti veneziani e di come la Repubblica contribuì allo sviluppo della quarantena moderna.

    Una città esposta alle epidemie

    Tra il Medioevo e l’Età moderna, Venezia era uno dei principali nodi commerciali del Mediterraneo. Le navi della Serenissima collegavano la laguna con Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, il Levante, il Nord Africa e numerosi porti europei. Spezie, tessuti, metalli, cereali e altri prodotti arrivavano continuamente in città insieme a mercanti, marinai e viaggiatori.

    Questa rete commerciale era alla base della potenza economica veneziana, ma rappresentava anche una vulnerabilità. Le stesse rotte che portavano ricchezze potevano infatti favorire l’arrivo di malattie contagiose. Oggi sappiamo che la peste è causata dal batterio “Yersinia pestis” e che la forma bubbonica è generalmente associata alla trasmissione attraverso le pulci di roditori infetti. Nel Medioevo, però, queste conoscenze non esistevano. Le principali spiegazioni mediche facevano riferimento, tra le altre cose, alla teoria dei miasmi, secondo la quale le malattie potevano essere trasmesse attraverso aria contaminata da sostanze nocive.

    Nonostante la mancanza di una conoscenza microbiologica, le autorità avevano iniziato a riconoscere empiricamente un elemento fondamentale: il movimento di persone, navi e merci poteva essere associato alla diffusione delle epidemie. Per una città che viveva del commercio marittimo, trovare un modo per controllare questo rischio senza bloccare completamente i traffici divenne una necessità politica ed economica.

    La peste nera del 1348

    Nel 1348 la peste nera raggiunse Venezia, inserendosi nella grande pandemia che dalla metà del XIV secolo avrebbe colpito gran parte dell’Europa. L’impatto sulla popolazione fu devastante e la città si trovò davanti a un problema che avrebbe continuato a ripresentarsi nei secoli successivi.

    La Repubblica doveva infatti affrontare una difficile contraddizione: Venezia aveva bisogno di mantenere aperte le proprie rotte commerciali, ma proprio quelle rotte potevano rappresentare una via di ingresso per la malattia. Da questa esigenza nacque progressivamente un sistema di controllo degli arrivi e di isolamento che sarebbe diventato uno dei più articolati del mondo mediterraneo.

    La quarantena non nasce a Venezia

    Venezia viene spesso indicata come la città che avrebbe inventato la quarantena, ma storicamente è più corretto parlare di un processo più lungo. Nel 1377, la Repubblica di Ragusa, l’attuale Dubrovnik, introdusse una normativa che prevedeva l’isolamento delle persone provenienti da territori colpiti dalla peste prima del loro ingresso in città. Il periodo iniziale era di trenta giorni e venne successivamente portato a quaranta.

    È proprio da questo periodo di quaranta giorni che deriva il termine italiano “quarantena”, attraverso la parola quarantino. L’idea dell’isolamento preventivo non era quindi un’invenzione veneziana, ma Venezia fu tra le città che la svilupparono maggiormente, trasformandola progressivamente in un sistema stabile di sanità pubblica.

    Il Lazzaretto Vecchio

    Nel 1423 la Repubblica istituì sull’isola di Santa Maria di Nazareth, nella laguna veneziana, una struttura destinata alla gestione delle persone colpite dalla peste. L’isola sarebbe diventata il Lazzaretto Vecchio, uno dei primi esempi europei di struttura permanente dedicata al controllo delle epidemie.

    La posizione era strategica: il luogo era abbastanza vicino alla città da poter essere raggiunto facilmente, ma sufficientemente isolato dal centro abitato da ridurre i contatti con la popolazione. Le persone considerate contagiate potevano quindi essere trasferite fuori dalla città e sottoposte a isolamento e assistenza.

    Il termine “lazzaretto” stesso è legato alla storia veneziana. La denominazione dell’isola, Santa Maria di Nazareth, diede origine a forme come Nazarethum e Lazarethum, da cui si sarebbe sviluppato il termine utilizzato successivamente per indicare strutture analoghe in numerose città.

    Il Lazzaretto Nuovo e la prevenzione

    Nel 1468 Venezia istituì il Lazzaretto Nuovo, destinato soprattutto alla gestione preventiva delle persone e delle merci provenienti da aree considerate a rischio. La distinzione tra i due luoghi è particolarmente importante: il Lazzaretto Vecchio era associato principalmente alla gestione dei malati e dei casi di peste, mentre il Lazzaretto Nuovo svolgeva una funzione di contumacia, cioè di isolamento preventivo.

    Non era quindi necessario aspettare che una persona manifestasse i sintomi. Chi arrivava da un territorio considerato pericoloso poteva essere sottoposto a un periodo di isolamento prima di entrare nella città. Il sistema cercava così di creare una barriera tra il possibile contagio e la popolazione veneziana.

    Anche le merci finivano in quarantena

    Il controllo non riguardava soltanto le persone. Venezia era una potenza commerciale e le navi trasportavano enormi quantità di merci provenienti da territori diversi. Le autorità ritenevano quindi necessario controllare anche ciò che entrava nella laguna.

    Le merci potevano essere sottoposte a periodi di isolamento e a procedure di purgazione, cioè pratiche considerate utili a eliminare o neutralizzare il rischio di contagio. Anche le navi e i loro equipaggi potevano essere trattenuti prima di ottenere l’autorizzazione a entrare nel normale circuito commerciale.

    Questo sistema aveva naturalmente un costo economico. Ogni giorno di isolamento significava ritardi nelle consegne, costi per i mercanti e rallentamenti nei commerci. La Repubblica dovette quindi trovare continuamente un equilibrio tra due esigenze fondamentali: proteggere la popolazione dalle epidemie e mantenere funzionante una delle reti commerciali più importanti d’Europa.

    La nascita di una sanità pubblica organizzata

    La vera innovazione veneziana non fu soltanto la costruzione dei lazzaretti, ma la progressiva trasformazione della gestione delle epidemie in una funzione dello Stato. La Repubblica sviluppò magistrature e uffici incaricati di raccogliere informazioni sulle epidemie, controllare le navi, sorvegliare gli arrivi e imporre misure di isolamento.

    Le autorità cercavano informazioni sulla situazione sanitaria dei territori con cui Venezia aveva rapporti commerciali e potevano modificare le restrizioni in base al rischio percepito. In questo modo si sviluppò una forma ancora primitiva di sorveglianza epidemiologica, basata non sulla microbiologia ma sull’osservazione sistematica dei casi, dei movimenti delle persone e della diffusione delle malattie.

    Il sistema veneziano era quindi sorprendentemente articolato per il periodo: isolamento, controllo delle frontiere marittime, gestione delle merci, raccolta di informazioni e strutture dedicate alla cura e alla contumacia facevano parte di una strategia complessiva di prevenzione.

    La peste del 1576 e il Redentore

    Nonostante le misure adottate, Venezia continuò a essere colpita da epidemie. Una delle più devastanti fu quella del 1576, che provocò migliaia di vittime e sconvolse profondamente la vita della città.

    Durante l’epidemia il governo veneziano fece un voto: se la città fosse stata liberata dalla peste, sarebbe stata costruita una chiesa dedicata al Cristo Redentore. La peste terminò e il progetto venne affidato ad Andrea Palladio. Nacque così la Chiesa del Redentore, ancora oggi protagonista della tradizionale Festa del Redentore che si celebra ogni anno a Venezia.

    La peste del 1630 e la Basilica della Salute

    Poco più di cinquant’anni dopo Venezia fu nuovamente colpita da una grande epidemia. Nel 1630 la peste provocò un numero enorme di vittime e lasciò una profonda ferita nella città.

    Anche in questa occasione la Repubblica fece un voto religioso. Fu deciso di costruire una grande chiesa dedicata alla Madonna come ringraziamento per la fine dell’epidemia. Il progetto venne affidato a Baldassare Longhena e nacque così la Basilica di Santa Maria della Salute, uno dei simboli architettonici più riconoscibili di Venezia.

    Ancora oggi, ogni 21 novembre, la città celebra la Festa della Madonna della Salute. Un ponte votivo attraversa il Canal Grande e collega temporaneamente San Marco alla basilica, mantenendo viva la memoria di una delle epidemie più drammatiche della storia veneziana.

    Quanto era davvero scientifico il sistema veneziano?

    È importante non attribuire alle autorità veneziane conoscenze che all’epoca non esistevano. I veneziani non conoscevano Yersinia pestis, non sapevano quale fosse il ruolo delle pulci e dei roditori e non disponevano della teoria microbica delle malattie.

    Le loro misure erano soprattutto empiriche. Attraverso l’esperienza avevano osservato che limitare i contatti e isolare persone, navi e merci provenienti da territori colpiti poteva contribuire a ridurre la diffusione della malattia.

    Questo non significa che la quarantena fosse sempre efficace. Le epidemie potevano comunque entrare in città, le informazioni potevano essere incomplete, i casi potevano non essere riconosciuti e le regole potevano essere aggirate. Tuttavia, il principio alla base del sistema era corretto dal punto di vista della moderna epidemiologia: ridurre le opportunità di trasmissione interrompendo temporaneamente alcuni contatti tra popolazione e possibili fonti di contagio.

    Venezia e l’eredità della quarantena

    La storia della peste mostra quindi come Venezia abbia contribuito allo sviluppo della sanità pubblica molto prima della nascita della medicina moderna. La Repubblica trasformò progressivamente l’isolamento da misura emergenziale in un sistema istituzionalizzato, integrandolo con strutture permanenti, controlli sulle navi e sulle merci, raccolta di informazioni e autorità specificamente incaricate della salute pubblica.

    La quarantena moderna è naturalmente molto diversa da quella veneziana. Oggi possiamo identificare gli agenti patogeni, studiarne i meccanismi di trasmissione, utilizzare test diagnostici, vaccini e terapie. Ma il principio fondamentale rimane riconoscibile: quando esiste il rischio che una malattia infettiva venga introdotta in una popolazione, limitare temporaneamente i contatti può contribuire a interromperne la diffusione.

    Venezia non inventò quindi la quarantena, ma fu una delle città che maggiormente contribuirono a trasformarla in un vero strumento di sanità pubblica. E non è un caso che questo sviluppo sia avvenuto proprio qui: una città che aveva costruito la propria ricchezza sulla libertà dei commerci dovette diventare, per necessità, una delle prime a sviluppare sistemi per controllare ciò che entrava nella laguna.

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