Se si chiede a qualcuno di parlare di Venezia, è curioso constatare come ne escano più o meno sempre le stesse immagini: ecco quindi che viene citata puntualmente Piazza San Marco coperta da turisti intenti a fotografare ogni mattonella gli si presenti davanti l’obiettivo, il Ponte di Rialto, l’acqua salmastra, le gondole, i gabbiani e così via. Ma non c’è da meravigliarsene; dopotutto, è ciò che ha reso questa città un simbolo in tutto il mondo. Però, rispetto ad altre realtà, pochi la vedono per quella che realmente è. Se ci pensate, sotto il luccichio ipnotico delle increspature dell’acqua e al bianco vivido dei monumenti antichi, si nasconde di base una città.
Ciò che ci stiamo raccontando per molti suonerà probabilmente come una banalità di cui potevamo anche risparmiarci di parlare e invece, per chi viene dall’esterno, spesso Venezia appare come un gigantesco parco di divertimenti a cielo aperto, in cui tutto è possibile e tutto è concesso.
Personalmente, mai come vivere il 2019 e il 2020 tra queste calli mi ha permesso di togliere dagli occhi questa patinatura dorata e capire quanto in realtà molto di ciò che vedevo era tutta apparenza, “fuffa”, pensata il più delle volte solo per il turista di passaggio che ha fin troppa fretta e non vuole porsi troppe domande. L’acqua alta e lo scoppio della pandemia, nonostante la drammaticità indiscussa, furono eventi che permisero di alzare la voce su un problema concreto di cui si ha per troppo tempo preferito tenere la testa sotto la sabbia: Venezia è oggettivamente una realtà fragile e ha bisogno di attenzioni specifiche.
Quelle per esempio che le vengono riservate quotidianamente da chi ha deciso di sceglierla non come meta per un pomeriggio domenicale diverso da solito ma come casa dove costruirci la propria storia. A noi studenti (soprattutto fuorisede) viene difficile pensarlo ma questa città non è formata solo da posti letto destinati ai turisti o alle locazioni brevi ma ci sono scuole, poste, piccoli negozi di generi alimentari e caffetterie dove i proprietari salutano la clientela per nome, portando poi al bancone il solito caffè macchiato.
È ciò che aveva già cercato d’immortalare sulla pellicola più di cinquant’anni fa Toni Nicolini (1935 – 2012), fotografo milanese che tra il 1973 e il 1978 decide di percorrere questa città con uno sguardo curioso, catturando sì i monumenti, i palazzi e le viuzze tipiche della laguna, ma tenendo un’attenzione particolare per le persone: non i turisti in viaggio ma bensì le persone che vi abitavano. Ecco quindi che vediamo ragazzini seduti sui gradini di un monumento intenti a creare un nuovo gioco, gli anziani con sacchetti di plastica tra le mani che si spostano coi vaporetti da una sponda all’altra o i commercianti intenti a portare avanti la loro attività. Una Venezia insolita, molto più popolare e vivace da quella che conosciamo, già segnata purtroppo dallo spopolamento ma ancora dinamica e capace di tenere ben salde le relazioni sociali. Nonostante quindi il bianco e nero dei formati, all’osservatore arriva comunque e immediatamente un grande senso di calore e umanità, con a tratti forse una punta di anemoia (= malinconia di un tempo che in realtà non si è mai vissuto in prima persona). Tutto questo è possibile vederlo nel nuovo volume “Venezia 1973 – 1978” , pubblicato da Humboldt Books nella collana “Time Travel”.
Prima della grande orda turistica, Nicolini con questo progetto volle cogliere il respiro della vita quotidiana di una città straordinaria e, allo stesso tempo, come tante altre. Di fatti, non immaginatevi un catalogo bucolico sulla laguna perché non mancheranno scatti più critici, d’impegno civile, per esempio nei confronti di ciò che rappresentò la presenza del petrolchimico di Marghera.
Un testo quindi da possedere e su cui ragionare; una città che vive ogni giorno una profonda sfida di equilibrio tra la sua straordinaria identità culturale e l’overtourism che le richiede quotidianamente una patinatura di facciata.
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