• Da ormai un paio di anni ho riscoperto il piacere della lettura, o forse è proprio ora che lo sto scoprendo per la prima volta.
    Fin da piccola mi sono sentita ripetere: “leggi, che ti fa bene alla mente!” oppure “la lettura è il miglior nutrimento per il tuo cervello!”. Forse il mio rapporto con i libri non è nato nel modo migliore: le prime parole che ho letto da sola sono state “ape” e “formica”, stesa sul pavimento tra la porta del salotto e della cucina, in attesa che mia madre finisse di telefonare.

    Alle elementari la lettura era una sorta di gara: chi leggeva a voce alta più velocemente, chi non sbagliava una parola, chi non usava nemmeno l’indice per scorrere tra le righe. Alle medie e alle superiori, invece, non mi interessava più di tanto. La narrativa era vista solo come comprensione del testo, mai come comprensione della vita, delle circostanze o delle emozioni.
    Una mia cara amica, assidua lettrice, mi consigliò di leggere uno dei suoi romanzi preferiti: Il Conte di Montecristo. Mi fidai ciecamente, ma fu la scelta peggiore che potessi fare a quindici anni: 1249 pagine davanti a una ragazzina senza strumenti né esperienza per capire la complessità e la maestosità di quell’opera! Lasciai perdere.

    Al tempo non avrei mai immaginato che, anni dopo, sarei diventata una vera appassionata di libri, cataloghi e letture di ogni tipo. Eppure, eccoci qui.
    Oggi non potrei passare un giorno senza avere un libro a portata di mano, senza una storia in cui immergermi nei momenti liberi. I libri sono diventati una compagnia silenziosa: sempre presenti ma mai invadenti, pronti ad accompagnarti in un lungo viaggio partendo proprio dalla tua stanza.

    Ci sono momenti in cui mi sento persa e confusa, talvolta incapace di dare un nome a quello che provo. Ed è proprio lì che, tra le righe di un libro, riesco a sentirmi capita, come se qualcuno avesse messo in ordine ciò che dentro di me era rimasto ammucchiato per diverso tempo. Non perché quel libro parli esattamente di me, ma perché racconta una sensazione, una crepa, un’inquietudine che riconosco all’istante. Senza essermi mai espressa, senza dover spiegare nulla.

    A volte mi piace viaggiare nel tempo. Non solo per vivere una giornata nell’Ottocento in compagnia di Jane Eyre o di Anna Karenina, ma anche per riprendere in mano un libro letto per la prima volta nell’estate dei miei sedici anni, consigliato in una lunga lista di letture per il rientro a scuola. Quel viaggio non è soltanto temporale: diventa un riscoprire emozioni, ricordi e abitudini legati a una vita che non è più la mia, ma che porto nel cuore e rispolvero di tanto in tanto.

    Se alcune letture mi riportano indietro, altre vogliono tenermi ancorata al presente — oltre che al libro. Ed è proprio da qui che parto, citando Dio di illusioni di Donna Tartt. Un libro arrivato senza essere davvero cercato, senza essere programmato, senza far parte della mia TBR. È una lettura che mi sta facendo vivere una sorta di vita parallela: non vivo solo la mia quotidianità, ma ogni giorno mi ritrovo nel college di Hampden insieme ai gemelli, a Henry, Francis e Richard. La nostra vita si riempie di mistero, di silenzi e di brevi lezioni di greco.
    È una storia che sto leggendo con lentezza e inevitabile cura, perché so che, una volta terminata, sentirò la mancanza di quei pomeriggi passati in loro compagnia. È diventata uno spazio familiare, uno di quei luoghi che non vorresti abbandonare mai, in cui vorresti restare immersa il più a lungo possibile. Nonostante non l’abbia ancora terminata, so già che sarà una di quelle letture che porterò con me.

    Forse è questo, oggi, il modo in cui scelgo i libri: non per quello che promettono, ma per come riescono a starmi accanto mentre li leggo.

    Questo non vuole essere che un inizio. Un modo per raccontare come la lettura, nel tempo, abbia cambiato forma insieme a me. Tornerò a scrivere di libri che, per un motivo o per un altro, hanno lasciato un segno, legandoli allo stato d’animo con cui mi hanno trovata. Perché, in fondo, alcune storie non si limitano a essere lette: ci attraversano nel momento giusto.

    -Clelia

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