Le origini e la storia del Carnevale di Venezia

1. Storia e Origini del Carnevale di Venezia

Le prime testimonianze del Carnevale di Venezia risalgono al 1094, con l’editto che il doge Vitale Falier sancì la celebrazione della vittoria della Repubblica di Venezia sui patriarchi di Aquileia e coincide con il ritrovamento miracoloso del corpo di San Marco.
Il Doge concesse il diritto di parteciparvi nei giorni precedenti la Quaresima, o carnis laxatio
Tuttavia, fu solo nel 1296 che il Senato veneziano stabilì ufficialmente il giorno precedente la Quaresima come festa pubblica, dando il via alla tradizione del Carnevale. 
Come tanti altri carnevali nelle campagne e nelle città, il carnevale di Venezia subì nei secoli successivi la pressione crescente della Chiesa che attorno al XIII secolo impose un inquadramento preciso entro Natale e la Quaresima, riducendo il carnevale ai pochi giorni prima del Mercoledi delle ceneri.
Il Carnevale era un periodo di festa e di trasgressione, in cui i veneziani potevano liberarsi dalle costrizioni sociali e morali, e divertirsi con balli, spettacoli, giochi e banchetti. Il Carnevale era anche l’occasione per sfidare le autorità e le gerarchie, grazie all’uso delle maschere e dei travestimenti che, nascondendo l’identità e lo status del mascherato, permettevano di mescolarsi tra le diverse classi sociali. Le maschere erano, infatti, un elemento fondamentale del Carnevale di Venezia e, allora come oggi, ce n’erano di vari tipi e modelli, ognuno con un significato preciso e una funzione particolare.

Tra le feste e le celebrazioni che caratterizzavano il Carnevale di Venezia, spiccavano la Festa delle Marie e il Volo dell’Angelo.
La Festa delle Marie era una processione che si teneva il primo sabato di Carnevale, in cui dodici giovani fanciulle, scelte tra le famiglie più povere della città, venivano vestite con abiti sontuosi e adornate con gioielli e, poi, accompagnate in giro per la città fino alla Basilica di San Marco, dove ricevevano la benedizione del doge. Il Volo dell’Angelo, invece, era uno spettacolo che si svolgeva l’ultima domenica di Carnevale: un acrobata, legato ad una corda, si lanciava dal campanile di San Marco e planava fino al balcone del Palazzo Ducale, dove riceveva un omaggio dal doge.

A partire dal XIV secolo cominciò ad elaborarsi un carnevale propriamente veneziano, attestato dall’apparizione della festa del Giovedì grasso dopo la Guerra di Chioggia (1378-1381), in sostituzione della vecchia festa delle tre Marie celebrata sin dal 1143 e sopressa nel 1379. Quest’ultima, rilanciata oggi sotto nuove forme, potrebbe essere considerata come la prima espressione di tipo carnavalesco organizzata dalle autorità: si svolgeva il 2 febbraio, giorno della purificazione della Vergine, e si riferiva all’episodio delle rappresaglie contro i pirati che avrebbero rapito intorno al 973 le dodici giovani spose povere alle quali il doge dava una dote. Ogni anno si festeggiava la loro liberazione con un corteo di barche verso Santa Formosa, preparato alternativamente da varie contrade. Ben presto quel corteo era stato completato da una processione terrestre e da tre giorni di banchetti e festeggiamenti, tra il 30 gennaio e il 2 febbraio, che servivano a rafforzare il legame civico, accordando un ampio spazio alle donne.

Il Carnevale di Venezia raggiunse il suo apice tra il XVI e il XVIII secolo, quando la città era al centro della vita politica, economica e culturale dell’Europa. I festeggiamenti duravano diversi mesi, attirando nobili, artisti, mercanti e avventurieri da ogni parte del mondo. Fu in questo periodo che il Carnevale veneziano divenne famoso per la sua ricchezza, la sua eleganza e la sua libertà, ma anche per la sua decadenza, la sua corruzione e la sua immoralità. Iniziò il suo declino a partire dal 1797, quando la Repubblica di Venezia fu conquistata da Napoleone, che proibì le maschere e le feste e impose il suo dominio sulla città. Il Carnevale fu soppresso definitivamente nel 1930, sotto il regime fascista, che lo considerava una manifestazione contraria ai valori del regime.

La rinascita del Carnevale iniziò nel 1979, grazie all’iniziativa di alcuni gruppi di cittadini e artisti che, desiderosi di recuperare la tradizione e la cultura veneziana, riuscirono a riportare in vita il Carnevale, lanciando nuove idee e nuovi stimoli.

2. le varie Maschere Veneziane

Le maschere veneziane sono il simbolo e l’anima del Carnevale di Venezia, rappresentano una forma d’arte e di espressione unica al mondo. Si possono classificare in base al materiale, alla forma e alla decorazione. 

Il materiale più usato per realizzare le maschere veneziane è la carta pesta, modellata e dipinta a mano secondo tecniche antiche e artigianali. La forma delle maschere può essere intera, che copre tutto il viso, o mezza, che copre solo la parte superiore o inferiore del viso. La decorazione può essere semplice o elaborata, con colori, piume, pietre, perle, foglie d’oro o d’argento, e altri ornamenti. 

Le maschere veneziane si possono dividere anche in maschere di carattere e maschere di fantasia. Le maschere di carattere sono quelle che si ispirano ai personaggi della commedia dell’arte, un genere teatrale, nato in Italia nel XVI secolo, che metteva in scena situazioni comiche, satiriche e grottesche. Tra le maschere di carattere più famose, troviamo:

– La Bauta: una maschera bianca che copre tutto il viso, con una forma allungata e un mento sporgente, che permette di parlare e mangiare senza toglierla. La bauta si accompagna con un mantello nero e un tricorno, il cappello a tre punte. Era la maschera più diffusa e più democratica, perché poteva essere indossata da uomini e donne, e da tutte le classi sociali, garantendo l’anonimato e la libertà di parola; veniva usata anche in occasioni ufficiali, come le votazioni o le riunioni politiche.

– La Moretta: una maschera ovale di velluto nero, che copre solo la parte superiore del viso e che si tiene in bocca con un bottone. La moretta si accompagna con un abito scuro, un cappello e un velo neri. Era la maschera tipica delle donne, soprattutto delle nobildonne, che la usavano per sedurre e per intrigare, sfruttando il contrasto tra il nero della maschera e il bianco della pelle. La moretta impediva di parlare e, quindi, esaltava il linguaggio del corpo e dello sguardo.

– La Larva: una maschera bianca o nera, che copre tutto il viso, con la sua forma semplice e anonima, che ricorda un fantasma o uno scheletro. La larva si accompagna con un abito scuro, un mantello e un cappello neri. Era la maschera preferita dai veneziani che volevano passare inosservati e sfuggire ai controlli o che si divertivano a spaventare e sorprendere gli altri. La larva era anche la maschera più leggera e comoda e, quindi, la più adatta a chi voleva partecipare a lungo alle feste e ai balli.

Le maschere di fantasia, invece, sono quelle che si ispirano a temi, personaggi o epoche diverse dalla realtà veneziana e si caratterizzano per una notevole creatività e originalità. Tra le maschere di fantasia più famose, troviamo:

– Il medico della peste: una maschera che copre tutto il viso, con un lungo becco, che ricorda il naso di un uccello. Il medico della peste si accompagna con un cappello, un bastone, un mantello e dei guanti neri. Era la maschera che indossavano i medici che curavano i malati di peste, una malattia che colpì Venezia più volte tra il XIV e il XVIII secolo. Il becco serviva a contenere delle erbe aromatiche che si credeva proteggessero dal contagio. Il medico della peste è una maschera che evoca il mistero, la paura e la morte, ma anche la scienza, la cura e la speranza.

– La colombina: una maschera che copre solo gli occhi, con una forma arrotondata e decorata con piume, pietre, perle e altri ornamenti. La colombina si accompagna con un abito elegante e raffinato ed un ventaglio. La colombina era una maschera che esaltava la bellezza e la grazia delle donne, e che permetteva di flirtare e di scherzare con gli altri. Infatti, è ispirata al personaggio di Colombina, la servetta astuta e innamorata della commedia dell’arte. 

– Il gatto: una maschera che copre solo la parte superiore del viso, con due orecchie, due baffi e due occhi verdi o gialli. Il gatto si abbina a un abito variopinto, cappello, mantello e coda. La maschera si ispirava agli animali domestici, molto amati dai veneziani, che rappresentavano la furbizia, la simpatia e la sensualità. Il gatto era una maschera che si prestava a molte situazioni divertenti e ironiche e piaceva soprattutto ai bambini e ai giovani.

Le origini

Però a partire dal XIV secolo un carnevale propriamente veneziano cominciò ad elaborarsi, attestato dall’apparizione della festa del Giovedì grasso dopo la Guerra di Chioggia (1378-1381), in sostituzione della vecchia festa delle tre Marie celebrata sin dal 1143 e sopressa nel 1379. Quest’ultima, rilanciata oggi sotto nuove forme, potrebbe essere considerata come la prima espressione di tipo carnavalesco organizzata dalle autorità: si svolgeva il 2 febbraio, giorno della purificazione della Vergine, e si riferiva all’episodio delle rappresaglie contro i pirati che avrebbero rapito intorno al 973 le dodici giovani spose povere alle quali il doge dava una dote. Ogni anno si festeggiava la loro liberazione con un corteo di barche verso Santa Formosa, preparato alternativamente da varie contrade. Ben presto quel corteo era stato completato da una processione terrestre e da tre giorni di banchetti e festeggiamenti, tra il 30 gennaio e il 2 febbraio, che servivano a rafforzare il legame civico, accordando un ampio spazio alle donne.

Le metamorfosi

La ritualità civica del Carnevale delle origini si inseriva in un contesto di chiara matrice politica. Pur essendo una festa la cui data variava in funzione della Pasqua, il  Giovedì grasso ne era il nucleo con l’obiettivo di rafforzare l’armonia sociale contro il nemico comune. Dalla fine del XIV secolo alla caduta della Repubblica, nel 1797, questa festa era l’occasione di spettacoli destinati a commemorare la vittoria del doge sul patriarca di Aquileia, presumibilmente avvenuta nel 1162. Nel palazzo ducale era consegnato il tributo di dodici maiali, che rappresentavano i dodici canonici fedeli al patriarca, oltre che di dodici pani e di un toro, mentre venivano simbolicamente distrutti edifici di legno che simboleggiavano il Friuli.

Questo rituale nel palazzo si civilizzò tra il XV secolo e l’inizio del XVI, ma il governo continuò ad offrire in quel giorno sulla Piazzetta il gioco delle piramidi umane nel quale si affrontavano le due fazioni del popolo, i Castellani e i Nicolotti. La città intera si dava in spettacolo anche sulla piazza San Marco con giostre e tornei. Durante l’epoca moderna si continuarono ad organizzare cacce ai tori, molto apprezzate dal popolo. Il volo dell’Angelo, un fuoco d’artificio e la moresca furono aggiunti a metà del XVI secolo. Essi riflettevano l’ingresso del carnevale nel mondo dei piaceri dello spettacolo, lontano dalle forme un po’ rozze – lancio delle uova, violenza maschile mascherata o presenza di uomini vestiti da donna nei monasteri femminili – che gli editti del XIII, XIV e XV secolo avevano stigmatizzato.

Le regate e gli spettacoli teatrali e musicali sono serviti a soddisfare un secondo grande obiettivo politico del carnevale, che è durato fino alla fine del XVIII secolo. Al di là della difesa dei valori civici, le autorità intendevano dimostrare con il carnevale il perdurare del rango di Venezia nella competizione tra le capitali europee. L’idea di manifestare il dinamismo della Serenissima di fronte al resto del mondo era presente sin dal XIII secolo, quando sembra che fu istituita il giorno dell’Ascensione, o Sensa, la cerimonia dello sposalizio del doge con il mare.
Anche questa cerimonia prevedeva l’uso delle maschere per una quindicina di giorni, portando in tal modo il carnevale d’inverno nella stagione primaverile.
Ma a partire dal XVI secolo, il ruolo economico e diplomatico di Venezia declinò sulla scena internazionale. Da quel momento in poi, l’attrattività del carnevale, con la sua funzione di prestigio, fu un modo di prolungarne l’immagine favorevole oltre una fonte di ricchezza. In epoca barocca, principi e nobili di tutta Europa venivano qui per ascoltare l’opera lirica, assistere a feste sontuose, provare l’emozione di nuove identità e approfittare di un vasto campionario di piaceri talvolta illeciti.

Il Carnevale contemporaneo non ha molto in comune con i carnevali che si sono succeduti tra il Medioevo e la fine del Settecento. Certo il valore politico si era gradualmente indebolito nel XVIII secolo, quando Venezia dava ad alcuni stranieri l’impressione di un luogo triste e cupo. Ma questa dimensione ha perso ogni significato nell’Ottocento, con l’integrazione di Venezia ad altre potenze. Invece è durata l’idea che la stagione del carnevale era propizia ai travestimenti, ai piaceri della gola e agli spettacoli teatrali.
Fu anche molto vivo il ricordo del carnevale dei secoli precedenti, al punto da mitizzare alla fine dell’Ottocento le maschere del Settecento e i famosi autori e pittori che le avevano evocate, come Longhi, Casanova e Goldoni.
Con il suo gusto per i costumi brillanti, il carnevale ricreato nel 1980 è più vicino allo spirito barocco del Seicento, che non al carnevale del Settecento dominato dal costume in bautta, tendenzialmente monocolore ed austero, anche se non escludeva merletti raffinati e i non nobili si potevano travestire in tanti altri modi.
Va però ricordato che questo nuovo carnevale di Venezia nacque all’insegna dell’ecologia, del gusto per le feste popolari dei quartieri e del desiderio di recuperare il senso della grande teatralità dello spazio veneziano, espresso nelle momarie o nella cinquecentesca commedia dell’arte.

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