• Spesso, quando si affronta il tema dell’occidentalizzazione del Giappone, fenomeno che ha il suo picco alla fine della Seconda Guerra Mondiale ma iniziato ben prima, si tende a soffermarsi sulla sensazione di fretta e, oserei dire, di agitazione che ha accompagnato la popolazione giapponese. Si è passati da un momento in cui la cultura nipponica era internamente considerata la migliore, ad una corsa disperata alla trasformazione dell’arcipelago nel sosia orientale di Europa e Stati Uniti. Tanti autori giapponesi hanno affrontato nelle loro opere il tema della perdita di quella scintilla originale che rendeva il Giappone il paese di cui molti si erano innamorati, uno di questi è Tanizaki Jun’ichirō. 

    Tanizaki nasce a Tōkyō nel 1886 in una famiglia benestante poi caduta in rovina. Appassionato di letteratura e autore di racconti brevi sin da giovanissimo, tenta la carriera universitaria iscrivendosi alla facoltà di Lettere, per poi abbandonare gli studi. Durante la sua vita da scrittore andrà incontro a diverse variazioni di stile ma, per ciò su cui vorrei soffermarmi oggi, ci concentreremo sul suo periodo più “classico”, a partire dagli anni ’30 del 1900. 

    A seguito del suo trasferimento ad Osaka, Tanizaki riscopre il fascino del patrimonio intellettuale giapponese del passato, di cui si trovano molti riferimenti nelle sue opere del tempo. Dopo il terremoto del Kantō, ridimensiona il suo precedente interesse per la cultura occidentale, da cui comunque rimarrà sempre affascinato, in favore della riscoperta della vera anima nipponica. Si concentrerà anche su diverse stesure della traduzione in lingua moderna del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu che, per chi mastica un po’ di storia orientale, sa essere il testo classico giapponese per antonomasia. 

    In questa fase letteraria, Tanizaki Jun’ichirō traspone nelle sue opere la comprensione della lotta interna al paese tra ciò che è orientale e occidentale. Per esempio, in Tade kuu mushi (Gli insetti preferiscono le ortiche, altro titolo dell’autore che vi consiglio) del 1928 si trova il paragone tra due donne, una che rappresenta il prototipo orientale e una quello occidentale. Il tema è affrontato egregiamente e in senso esteso in In’ei raisan (lett. Elogio dell’ombra) del 1933 che in Italia arriva con il titolo di Libro d’ombra. L’edizione Marsilio è curata da Luisa Bienati, mentre l’edizione edita da Bompiani è curata da Giovanni Mariotti. L’autore non vuole affatto offrire una mera critica alla trasformazione del paese ma piuttosto vuole esprimere la sua presa di coscienza per un processo che inesorabilmente sta avvenendo sotto gli occhi dei giapponesi. Viene elevata la sensibilità raffinata giapponese in conflitto con quegli elementi che sono stati importati e accettati passivamente nelle modernizzate città giapponesi. 

    Tanizaki si ferma a riflettere dapprima su come sia cambiato l’aspetto delle realtà urbane e sugli ambienti domestici che, se prima erano scarsamente illuminati e pieni di luoghi d’ombra, ora sono eccessivamente illuminati e sembra abbiano perso quella particolare atmosfera che li rendeva tipicamente e intimamente giapponesi. Il contrasto tra luce e ombra sarà il filo conduttore di tutta l’analisi dello scrittore; addirittura, il Pese del Sol levante viene definito come “mondo dell’ombra” in contrapposizione al “mondo della luce” che è l’occidente. Il Giappone tiene molto in considerazione non tanto quello che viene espresso o esplicitato ma ciò che viene sottointeso, ciò che sta, appunto, nell’ombra. La penombra della sala da tè, ad esempio, non viene percepita come mancanza di cura ma come l’essenza stessa della cerimonia, quasi come se ne racchiudesse l’anima. Anche negli utensili usati nel rito viene posta molta importanza a quella patina lieve che ricopre l’argento usato che noi occidentali avremmo pulito ma che per i giapponesi rappresenta la sacralità di un gesto che viene racchiusa in quei dettagli. 

    Vengono anche ipotizzati i modi in cui i giapponesi avrebbero potuto adattare al proprio gusto le innovazioni importate in Giappone. Viene criticato il senso di disagio creato dall’antitesi di elementi che non si armonizzano tra loro. L’autore ci fa notare il grottesco accostamento tra l’architettura propria delle case o dei locali giapponesi e il gabinetto inteso in stile puramente occidentale. Uno spunto di riflessione che, in senso lato, racchiude tutto il processo di rinnovamento.

    Tanizaki si sofferma molto su come l’accettazione passiva crei nei giapponesi un senso di intontimento che porta lo sguardo a focalizzarsi su ciò che è ben visibile, dimenticandosi di quello che invece rappresenta l’intimità dell’animo umano, l’oscurità.

    Grazie per la lettura.

    -Conema.

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