In Your Face!: le eredi degli Strokes parlano spagnolo

Nell’era del digitale, dove tutti sono ormai connessi — che lo vogliano o no —, una serie di coincidenze può cambiare completamente la vita di una persona o, in questo caso, di due. È il caso della band argentina Pacifica, formato da Ines “Inu” Adam (voce e chitarra) e Martina “Martu” Nintzel (basso), due ragazze che non si sarebbero forse mai incontrate se non fosse stato per una passione comune per i The Strokes, una cover postata nel momento giusto e quel tipo di curiosità che fa scrivere messaggi impulsivi a sconosciuti. Nessuna audizione, nessun progetto calcolato: solo riconoscimento immediato, come se per loro fosse già scritto tutto.

Il loro suono affonda le radici nell’indie e alternative rock, con chitarre ruvide e linee di basso essenziali, influenzato da band come i già citati The Strokes, gli Arctic Monkeys e, più recentemente, le Wet Leg, ma trasportato con naturalezza a Buenos Aires. È ciò che succede quando una scena musicale globale viene filtrata attraverso un vissuto intimo: le referenze ci sono, ma si trasformano in linguaggio personale.

Ciò che colpisce subito è come le Pacifica arrivino già con un’identità definita dal loro debutto Freak Scene nel 2023, senza l’ansia di dichiararsi originali a tutti i costi. C’è qualcosa di spontaneo nella loro musica, qualcosa che richiama le prime band nate in garage, quelle che non pensano a generare trend, ma a tradurre emozioni in ritmo. La loro produzione non è levigata, non ricerca disperatamente la perfezione audio. È volutamente viva, pulsante,
con quei piccoli difetti che rendono una canzone più umana. È una scelta estetica e narrativa: le Pacifica non vogliono sembrare più grandi di ciò che sono, e proprio per questo risultano convincenti.

Il loro ultimo progetto In Your Face! ha lo stesso feeling del debutto dei loro idoli: sfacciato, movimentato e chiaramente scritto da chi ha ancora tutta una vita davanti e vuole solo godersi l’adolescenza tra bar, discoteche e primi amori. Fin dalle prime note di Just No Fun, è evidente l’urgenza emotiva che attraversa l’album. Il brano parla della distanza come qualcosa che continua a mordere anche quando si tenta di ignorarla:

I’ve got to / Get back to you / When I’m on my own / Guess it’s just no fun

non è un grido disperato, ma una constatazione semplice, quasi monotona, e forse proprio per questo più sincera. Il duo non cerca grandi slanci drammatici: preferiscono raccontare l’amore e le sue mancanze per ciò che spesso sono nella realtà, cioè abitudini difficili da spezzare. La stessa interiorità emerge in Wasted a Drunk (unico brano acustico dell’intero progetto), più lento e riflessivo, che introduce un tono malinconico senza risultare pesante.

I don’t know how to fix it / How to feel when you’re gone / It’s the silence / That no one talks about

è una frase che sembra arrivare in ritardo, quando tutto è già successo e si sta solo tentando di raccogliere ciò che resta. Qui Ines mostra sensibilità, ma lo fa senza passare alla ballata patetica: c’è ancora la ruvidità delle chitarre, la voce leggermente distorta, e quella sensazione di aver appena finito di vivere qualcosa di difficile e di non essere ancora pronti a parlarne davvero.

Con What You Doing, invece, vediamo l’effettiva portata dell’influenza che i The Strokes hanno avuto sul duo, che ci porta in un territorio più ambiguo, più sporco emotivamente rispetto alle tracce precedenti. Qui sembra di ascoltare due giovani Nick Valensi e Nikolai Fraiture alle prime armi. Come se tutto ciò non bastasse, il fatto che la canzone utilizzi la
stessa base di Soltame!, stavolta cantata in inglese rispetto al testo in spagnolo della seconda, non è un semplice gioco linguistico: è quasi una traduzione dei sentimenti stessi. A volte dire una cosa in un’altra lingua permette di sentirla meno vicina, meno pericolosa:

Need be on my own / Need to think on it more / What you doing to me

suona come quell’istante in cui si capisce di essere presi, ma non si vuole ancora ammetterlo
nemmeno a sé stessi. È un brano che, come chi lo canta, non sceglie: resta sospeso, e nel farlo
dice più di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Il lato più ironico e tagliente del duo esplode invece con Indie Boyz, paradossalmente il pezzo meno “Pacifica-like” ma più immediatamente riconoscibile dal punto di vista caratteristico /
sonoro. Il basso di Martu si intreccia con una linea di chitarra che ricorda i toni distorti ed oscuri di Humbug (terzo album degli Arctic Monkeys), coronate da un testo sfacciato ma consapevole. Il ritornello

You and me on the dancefloor / It’s so gross (so gross!)

è una fotografia perfetta del disagio delle interazioni in discoteca, quel momento in cui sai benissimo che la situazione è una pessima idea, ma la lasci accadere comunque.


I can smell desperation / On your clothes (so gross!) / But imma let it happen

È una frase tanto ironica quanto dolorosamente reale. Qui il duo crea e gioca con una caricatura, ma senza deridere nessuno: descrive semplicemente quella combinazione complicata di disgusto e desiderio che entrambe, come molti, conoscono fin troppo bene.
Poi arriva For Us, ed è come uno spiraglio di luce in una stanza buia. L’atmosfera diventa più luminosa, più speranzosa, ed il basso di Martu si prende la scena:

Just try to find a way to the top now maybe / You’ll find someone to call you baby

non promette nulla, non crea aspettative inarrivabili: si limita a dire “andrà meglio, io ci credo, e tu?”. Questo è uno dei punti in cui l’album mostra davvero qualcosa di diverso: la capacità di non chiudersi nella disillusione, di inseguire i propri sogni senza mai porsi fini irrealizzabili. Per concludere con le tracce che più mi hanno colpito c’è Don’t Blame Me, un brano che sembra tenuto insieme da un filo teso tra richiesta e rifiuto, un continuo crescendo coronato
da un ponte di chitarra distorta e da uno dei testi più sentiti del duo. Ines canta

If I said I’m sorry / Would you give me all your love? / It’s a different story / If you tell me that you won’t.

Non è una conclusione, ma un punto sospeso. Non è una risposta, ma una domanda che rimane lì, nell’aria tutta intorno a noi. È una fine aperta, come lo sono spesso le storie che contano davvero. Ciò che rende In Your Face! un progetto degno del loro debutto, se non addirittura superiore, non è la novità formale, né la volontà di rivoluzionare un genere. È la capacità di essere coerente con sé stesso, di parlare con voce chiara senza cercare di sembrare più grande, più
esperto o più complesso di quanto non sia. Ines e Martina non hanno fretta di crescere: si permettono di essere giovani, contraddittorie, incomplete. Non cercano di dimostrare nulla, non cercano di apparire impeccabili, non cercano di essere altro da ciò che sono, e proprio per questo risultano autentiche.

In Your Face! non è un album che urla per disturbare o per farsi. Urla perché non ha ancora imparato a sussurrare. E forse tutti dovremmo seguire un po’ il consiglio di Inu e Martu: è imparando a restare in mezzo al rumore, non importa quanto assordante, che si cresce davvero.

-Casti

5–8 minuti
Novembre 2025
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