Perché ci affascinano i villain: psicologia e letteratura del lato oscuro

Nella letteratura, nel cinema e nelle serie contemporanee, il personaggio che resta davvero impresso raramente è l’eroe impeccabile. Quello che non sbaglia mai, che prende sempre la decisione giusta, che rappresenta un ideale morale limpido. Spesso lo ammiriamo, ma difficilmente ci resta addosso.

Il villain o il cattivo che dir si voglia, invece, sì.
Ci inquieta, ci disturba, a volte ci respinge, ma continua a tornare nei nostri pensieri anche quando la storia è finita. Nonostante sappiamo che sbaglia, che distrugge, che oltrepassa limiti morali evidenti, continuiamo a sentirlo vicino.
A volte lo riteniamo anche comprensibile nelle azioni che svolge.

Questo non accade per caso. Il fascino del cattivo è uno dei punti di contatto più interessanti tra psicologia, filosofia morale e teoria letteraria. Non nasce da un desiderio di male o da una mancanza di valori, ma da qualcosa di molto più profondo: nel villain riconosciamo parti di noi che nella vita quotidiana siamo costretti a reprimere.


L’eroe come norma, il villain come frattura

Dal punto di vista narrativo, l’eroe rappresenta l’ordine. È la figura che ristabilisce l’equilibrio quando qualcosa si rompe, che ricompone il caos e riporta il mondo su binari comprensibili. L’eroe agisce come una bussola morale: indica cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa va difeso e cosa va corretto. Anche quando è imperfetto, il suo percorso tende comunque verso una forma di coerenza etica.

Nelle storie classiche, l’eroe serve a rassicurare. La sua funzione non è solo quella di vincere, ma di confermare che l’ordine morale esiste e può essere ristabilito. In questo senso, l’eroe non è soltanto un personaggio, ma una promessa: il mondo, nonostante tutto, ha ancora un senso.

Il villain, al contrario, è la frattura. È colui che rompe l’ordine invece di ricomporlo, che mette in crisi le regole invece di confermarle. Dove l’eroe ricostruisce, il villain espone. Espone le contraddizioni del sistema in cui vive, le ingiustizie implicite, le ipocrisie morali. Non è solo “il cattivo”, ma il personaggio che costringe la storia — e il lettore — a interrogarsi su ciò che viene normalmente accettato senza essere messo in discussione.

Dal punto di vista della teoria letteraria, i personaggi negativi funzionano come veri e propri dispositivi critici. Forster (1927) osservava come i personaggi più interessanti non siano quelli coerenti e prevedibili, ma quelli capaci di sorprendere e disturbare. Eco (1979) sottolinea come il conflitto narrativo emerga proprio quando un personaggio mette in crisi il sistema di valori implicito del testo. Il villain, in questo senso, non è un semplice antagonista: è una domanda incarnata.

Attraverso il cattivo, la narrazione mostra che ciò che chiamiamo “bene” non è sempre stabile, universale o incontestabile. Anzi, spesso è fragile, dipendente dal contesto, costruito su equilibri precari. Il villain porta alla luce ciò che l’eroe tende a coprire: le zone d’ombra, i compromessi, le ambiguità morali.

L’eroe è rassicurante perché conferma.
Il villain è problematico perché mette in discussione.

Ed è proprio questa problematicità a renderlo psicologicamente più interessante. Il villain non offre risposte, ma domande. Non indica una direzione, ma apre una frattura. E questa frattura assomiglia molto di più alla complessità della vita reale, dove il bene e il male raramente sono separati in modo netto, e dove le scelte più difficili non hanno soluzioni pulite.

Per questo il villain ci resta addosso: non perché ci dica cosa fare, ma perché ci costringe a chiederci perché facciamo ciò che consideriamo giusto.


Jung e l’Ombra: il cattivo come parte rimossa del Sé

La psicologia analitica di Carl Gustav Jung offre una delle chiavi più potenti e durature per comprendere il fascino dei villain. Jung introduce il concetto di Ombra per descrivere quell’insieme di aspetti della personalità che l’Io cosciente rifiuta, reprime o ignora perché incompatibili con l’immagine che vogliamo avere di noi stessi e con ciò che la società considera accettabile (Jung, 1959).

L’Ombra non coincide con il “male” in senso assoluto. È piuttosto tutto ciò che non trova spazio nella nostra identità consapevole. Include impulsi, desideri, emozioni e tratti che abbiamo imparato a giudicare inappropriati, pericolosi o imbarazzanti. Non perché siano rari o patologici, ma perché non rientrano nell’idea di persona che vogliamo incarnare.

Aggressività, desiderio di potere, invidia, bisogno di controllo, vendetta, egoismo, trasgressione: sono componenti profondamente umane. Tuttavia, fin dall’infanzia veniamo educati a contenerle, a mascherarle, a trasformarle in qualcosa di più socialmente presentabile. Così facendo, però, non scompaiono: vengono semplicemente spostate fuori dal campo della coscienza.

Il villain, nella narrazione, fa esattamente l’opposto.
Dà forma all’Ombra.

Non la nasconde, non la corregge, non la giustifica. Non cerca di apparire migliore di ciò che è. Vive apertamente ciò che noi impariamo a reprimere. In questo senso, il cattivo non è solo un antagonista esterno, ma una rappresentazione simbolica di ciò che l’Io rifiuta di riconoscere come proprio.

Quando ci sentiamo attratti da un villain, non stiamo approvando il suo comportamento né desiderando di imitarlo. Stiamo piuttosto sperimentando un riconoscimento psicologico. Qualcosa in quel personaggio risuona con parti di noi che nella vita quotidiana devono restare silenziose.

Jung sottolineava che l’Ombra, se ignorata, non scompare ma tende a manifestarsi in modo distorto e incontrollato. La narrazione, in questo senso, offre uno spazio simbolico sicuro in cui l’Ombra può essere vista, osservata, esplorata senza minacciare l’equilibrio dell’identità reale.

Per questo l’identificazione con il villain non è un problema morale, ma un fenomeno psicologico profondo. Non riguarda ciò che facciamo, ma ciò che riconosciamo. Il cattivo diventa uno specchio narrativo che ci permette di entrare in contatto con aspetti di noi stessi che, altrimenti, resterebbero invisibili o negati.

Ed è proprio questa possibilità di riconoscimento — più che la trasgressione in sé — a rendere i villain così disturbanti, affascinanti e impossibili da dimenticare.


Sant’Agostino e il mistero del male desiderato

Molto prima che la psicologia tentasse di spiegare i comportamenti umani in termini di impulsi, difese e strutture della personalità, Sant’Agostino si poneva una domanda sorprendentemente attuale: perché desideriamo il male anche quando non ci offre alcun vantaggio? Perché proviamo attrazione per ciò che sappiamo essere sbagliato, inutile o persino dannoso?

Nelle Confessioni, Agostino racconta il celebre episodio del furto delle pere. Non rubò per fame, né per bisogno, né per profitto. Le pere, una volta prese, furono buttate via. Il gesto fu compiuto per il solo piacere di violare una regola. È qui che Agostino individua qualcosa di inquietante: il male non viene scelto per ciò che promette, ma per ciò che nega.

Il male, scrive Agostino, seduce perché infrange l’ordine. Perché permette di dire no al limite, alla legge, all’autorità. In questo senso, non è il contenuto dell’azione a essere desiderabile, ma la sensazione di sottrarsi a un vincolo. Il male diventa un’esperienza di affermazione di sé, anche quando è vuota e distruttiva.

Il villain incarna perfettamente questa dinamica.
Non ci affascina perché è malvagio in senso stretto, ma perché sembra libero.

Libero dalle regole.
Libero dal senso di colpa.
Libero dall’obbligo di essere giusto, corretto, coerente.

Nel villain vediamo qualcuno che non deve giustificarsi, che non cerca approvazione morale, che non vive sotto lo sguardo giudicante degli altri. È una libertà apparente, spesso autodistruttiva, ma psicologicamente potentissima.

In un mondo in cui siamo costantemente chiamati a controllarci, a gestire le emozioni, a comportarci in modo socialmente accettabile, a essere responsabili e funzionali, questa figura esercita un richiamo profondo. Il cattivo sembra sottrarsi a tutto ciò che per noi è dovere, peso, fatica.

Agostino, però, è chiaro su un punto: questa libertà è un’illusione. Il male non costruisce, non libera davvero, ma consuma. Eppure, proprio perché è un’illusione di libertà, continua a sedurre. La narrazione ci permette di esplorare questa seduzione senza subirne le conseguenze reali, trasformandola in riflessione invece che in azione.

Il villain, allora, diventa il luogo simbolico in cui possiamo osservare il fascino della trasgressione, riconoscerlo, interrogarlo. Non per giustificarlo, ma per comprendere qualcosa di essenziale sull’essere umano: la tensione costante tra il bisogno di ordine e il desiderio di negarlo.

Ed è forse per questo che, a distanza di secoli, Sant’Agostino continua a parlarci. Perché aveva già capito che il problema del male non è solo morale, ma profondamente umano.


Il male come illusione di libertà

Dal punto di vista filosofico e psicologico, il male narrativo è spesso legato a un’illusione di autonomia totale. Il villain non deve rendere conto a nessuno, non cerca approvazione, non giustifica le proprie scelte.

Erich Fromm, in Escape from Freedom (1941), spiega come una società fortemente regolata e moralizzata possa generare un desiderio inconscio di fuga dall’ordine. Il cattivo diventa così una figura simbolica di ribellione contro un sistema percepito come soffocante.

In una realtà che richiede autocontrollo costante, performance continua e adattamento sociale, il personaggio che agisce senza freni diventa una valvola di sfogo psicologica.

Non perché vogliamo imitarlo, ma perché ci permette di immaginare cosa succederebbe se smettessimo di contenerci.


Il villain come prodotto del contesto

La letteratura e il cinema contemporanei hanno progressivamente abbandonato il cattivo “puro”, quello malvagio per natura, per lasciare spazio a villain complessi, spesso profondamente segnati dal contesto in cui vivono.

La psicologia sociale ci ricorda che il comportamento deviante non può essere compreso senza considerare l’ambiente, le relazioni e le strutture di potere (Zimbardo, 2007). Molti villain non nascono nel vuoto, ma emergono da fratture sistemiche.

Frankenstein non è solo un mostro, ma il prodotto dell’irresponsabilità del suo creatore.
Joker è il risultato dell’emarginazione e dell’abbandono sociale.
Walter White incarna il fallimento del sogno meritocratico e della promessa di controllo sulla propria vita.

Il cattivo, in questi casi, diventa una critica vivente al sistema che lo ha generato.


Identificazione senza colpa: la funzione catartica

Secondo la psicologia dei media, il villain permette una forma di identificazione vicaria. Attraverso la narrazione possiamo esplorare impulsi proibiti senza subirne le conseguenze reali (Zillmann, 1998).

La storia diventa uno spazio sicuro in cui:

  • provare rabbia
  • desiderare vendetta
  • immaginare la trasgressione
  • mettere in discussione l’autorità

Il tutto senza compromettere la nostra identità morale reale.

È una funzione catartica simile a quella descritta da Aristotele nella tragedia: la finzione ci consente di attraversare emozioni intense che nella vita quotidiana non trovano spazio.


Perché oggi i villain ci parlano più degli eroi

Nella contemporaneità, l’eroe lineare appare sempre meno credibile. Viviamo in un’epoca di ambiguità morale, precarietà identitaria e sfiducia nelle istituzioni. La psicologia culturale e la sociologia descrivono una società in cui i confini tra giusto e sbagliato sono sempre più sfumati (Bauman, 2003).

Il villain incarna il conflitto, non la soluzione.
E il conflitto è ciò che più assomiglia alla nostra esperienza quotidiana.

L’eroe rassicura.
Il cattivo rispecchia.


In conclusione: il villain come specchio, non come modello

Non preferiamo i villain perché vogliamo essere cattivi.
Li preferiamo perché ci permettono di guardare senza filtri ciò che normalmente nascondiamo.

Come aveva già intuito Sant’Agostino, il male seduce non per ciò che promette, ma per ciò che nega: il limite, la norma, il dovere.
La letteratura e la psicologia ci offrono uno spazio protetto per esplorare questa seduzione senza esserne travolti.

Il villain non è un modello da seguire.
È uno specchio da attraversare.


Fonti scientifiche e accademiche di riferimento

  • Jung, C. G. (1959). Aion: Researches into the Phenomenology of the Self. Princeton University Press.
  • Sant’Agostino. Confessioni.
  • Fromm, E. (1941). Escape from Freedom. Farrar & Rinehart.
  • Eco, U. (1979). Lector in fabula. Bompiani.
  • Forster, E. M. (1927). Aspects of the Novel. Edward Arnold.
  • Zillmann, D. (1998). The psychology of entertainment. Lawrence Erlbaum.
  • Zimbardo, P. (2007). The Lucifer Effect. Random House.
  • Bauman, Z. (2003). Liquid Love. Polity Press.
8–12 minuti
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