• Non so voi ma ogni tanto mi capitano quei famigerati 5 minuti durante la giornata in cui così, dal
    nulla, comincio a pormi le classiche domande esistenzialistiche per eccellenza come il chi sono io
    davvero?, che senso ha la mia vita?
    , o sarà un buona idea ordinarmi per cena un’altra pizza anche
    se sarebbe già la terza questa settimana?
    Sì insomma, i soliti dubbi.
    E l’altro giorno, finché riflettevo su che taglio dare a questo nuovo pezzo, mi è sorta un’altra
    domanda, forse però più una curiosità personale, e ho provato ad interrogare Gemini a riguardo.
    Ma prima la giro a voi: qual è l’artista (= pittore) più famoso al mondo?
    E attenzione: non volevo sapere quello più bravo o che ha venduto di più e guadagnato meglio ma
    quello che, alla maggior parte delle persone viene in mente per primo se le si fermasse per strada
    ponendogli questa domanda, senza ulteriori indicazioni o parametri di scelta.


    Che nome è comparso nella vostra mente? Ottimo, vediamo allora se rientrate nel pensiero comune.
    Ho digitato la domanda e l’AI mi ha proposto la figura di Vincent Van Gogh, a pari merito con
    Leonardo da Vinci, seguiti poi da Pablo Picasso e Michelangelo.
    Io sinceramente avrei indovinato. E no perché (spoiler) è il mio artista preferito fin da quando ero
    piccola, ma perché nel corso degli ultimi anni grazie alla pubblicazione di nuove ricerche, film,
    documentari e merchandising eccessivo, la sua fama è cresciuta spaventosamente e tutti bene o
    male, anche i non appassionati di musei o gallerie d’arte, hanno inserito nella loro memoria visiva
    quel famoso vaso di girasoli (e pensare che durante la sua breve e tormentata esistenza fece molta
    fatica a farsi “vedere”, tanto da riuscire a vendere un solo quadro).
    Ma perché oggi riscuote un così grande successo?
    Sarà per il fascino e l’alone di mistero creato attorno alla sua storia personale? Può essere.

    Per certi aspetti la vita di Van Gogh ci appare come la perfetta trama di un romanzo contemporaneo
    avvincente e gli elementi ci sarebbero tutti: basti pensare ad esempio al ricco scambio epistolare col
    fratello Theo, la bellezza di Parigi alla fine dell’Ottocento e la stagione ad Arles, nel sud della
    Francia, dove produsse tra i suoi quadri più belli per poi sfociare tutto in un lento declino a causa
    della difficile convivenza con Gauguin, le frequenti crisi nervose e il ricovero presso la clinica
    psichiatrica di Saint-Rémy. O forse perché, nonostante la distanza temporale di quasi un secolo e
    mezzo, le sue opere ancora ci parlano. E non tanto per i soggetti già all’epoca un po’
    anticonvenzionali ma perché percepiamo in una delicata poesia che non dipingeva per gli altri ma
    per se stesso.

    Ecco: forse Van Gogh fu uno dei primi ad intendere l’arte come puro strumento terapeutico,
    mostrandoci le fragilità di un semplice uomo che amava terribilmente la vita ma che – forse – non
    aveva gli strumenti adeguati per affrontarla come altri.
    Se v’interessa, v’invito a ritagliarvi una mezza giornata solo vostra, prendere un treno e recarvi a
    Treviso dove, presso il Museo di Santa Caterina, vi attenderà DA PICASSO A VAN GOGH:
    Storie di pittura dall’astrazione all’impressionismo
    , una mostra che vi apparirà molto particolare se
    si pensa sia da chi è stata organizzata (Marco Goldin, noto storico dell’arte attivo coi suoi progetti
    culturali soprattutto nel nord Italia e considerato tra i massimi conoscitori della vita del giovane
    Vincent), sia per la struttura perché, invece di seguire un ordine cronologico, il percorso andrà a
    ritroso.


    Si parte infatti con un’immersione nel mondo dell’astrazione americana del secondo Novecento, da
    Richard Diebenkorn a Morris Louis, da Ad Reinhardt a Helen Frankenthaler, per transitare poi ad
    alcune esperienze capitali dell’astrazione invece europea come quelle di Ben Nicholson, Josef
    Albers fino a Piet Mondrian e Paul Klee, per approfondire quindi il passaggio dal ‘900 all’’800 e di
    seguito i tre grandi temi “classici” per antonomasia: la natura morta, le figure e i ritratti, il
    paesaggio.
    Il percorso si concluderà con il celebre dipinto Campi di grano con falciatore di Van Gogh, a cui è
    interamente dedicato l’ultimo spazio della mostra, anche con un film appositamente realizzato per
    questa circostanza, da vedere nella sala video accanto al quadro.

    Si pensa rappresenti la sua ultima opera, giunta fino a noi, prima che scegliesse di dire
    definitivamente addio al mondo nel 1890. Un soggetto estremamente semplice quanto moderno e
    anticipatore di molti cambiamenti stilistici che si sarebbero mostrati da lì a pochi anni.
    Trasmette malinconia ma allo stesso tempo la sua classica fiducia verso il futuro.
    Per informazioni su orari, biglietti e riduzioni, vi consiglio di dare un’occhiata al sito ufficiale
    www.lineadombra.it


    Si dice che squadra che vince non si cambia: decidere d’inserire qualcosa sul padre del cielo stellato
    più famoso al mondo all’interno di un’esposizione è sicuramente un’ottima carta da giocare per
    attirare il pubblico. Ma la vera bravura di un organizzatore, evitando il rischio di creare l’ennesima
    mostra vista e rivista, sta proprio nel crearci attorno una narrazione che ponga nel visitatore delle
    domande; in cui l’opera del celebre pittore olandese non è il fulcro ma l’incipit di una riflessione
    molto più ampia. E credo che Marco Goldin, anche questa volta, ce l’abbia fatta.
    Non vi resta che constatare voi stessi.

    -morghy_marghe

    4–6 minuti

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