Ansia da prestazione: quando lo studio fa male ai giovani

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ANSIA DA PRESTAZIONE

Un brutto voto

Mi basta chiudere gli occhi, e torno a sedere su quella sedia fredda e scomoda, in quell’aula grande che sento vuota, una figura che mi scruta, scura, mi fissa in attesa di un movimento: sembro senza vita, ma seduta composta e con gli occhi bassi. Mi sento bruciare di fronte a quello sguardo, quello del professore che aspetta la mia risposta. Ma la verità è che non ho assolutamente nulla da dire, nei miei pensieri ora vedo solo i suoi occhi che dall’impazienza passano alla delusione, all’ennesimo brutto voto, alla mia laurea che forse non vedrò mai, e, infine, all’immenso peso che porterò sul petto dopo il risultato di questo esame pietoso.

Questa, però, è la “normalità” che vivono i ragazzi, perché, diciamoci la verità, picchiettare la sanità mentale dei giovani è un po’ uno sport per molti adulti. Fa crescere, a detta loro, è la terapia d’urto che la vita ti pone, a quanto pare inevitabile.

Come posso crescere

Molti sostengono che per mettercela tutta i ragazzi vadano spronati, altrimenti difficilmente avranno la giusta testa per mettersi d’impegno. Il problema principale è il metodo che si usa per “farci svegliare”. I ragazzi sono il futuro, in parole povere. Tutto quello che stanno costruendo adesso sarà la realtà di un giorno. Quindi, quello che mi chiedo è perchè spezzargli le ali in questo modo? Non ci si rende conto del limite sottilissimo che esiste tra stimolare e sovraccaricare. Veniamo messi di fronte a decisive sfide contro il tempo, test continui, pressioni e giudizi; quindi, inevitabilmente, l’idea di non potercela fare nella nostra testa diventa sempre più concreta. Quell’ansia logorante, che ti mangia, prima di esame, è normale se è uno a cui tengo, se ho avuto poco tempo per prepararmi, o se, addirittura, chiude il mio percorso di studi. Non è giustificata invece se è il professore a farmi paura, se già lo conosco e so che passerà il tempo a pensare male della mia prestazione e farmelo notare continuamente, tra sguardi acidi e commenti velatamente aggressivi.

Conseguenze

Umberto Galimberti è un rinomato psicologo, saggista e psicoanalista italiano; le sue parole: “Ogni anno si suicidano 400 studenti.” continua “Io penso che un ragazzo sia fortunato se in una squadra di nove professori, ne trova uno o due che siano maestri.” Nel Regno Unito, invece, un sondaggio promosso dalla National Union of Students, ha evidenziato che il 78% degli studenti intervistati stava soffrendo di disturbi comportamentali durante la propria esperienza universitaria. La quasi totalità di questi ultimi dichiarò di sentirsi senza forza o in preda all’ansia. Risultarono alte anche le percentuali di disturbi più gravi, quali depressione, insonnia, irritabilità e sbalzi di umore, fino ad arrivare agli attacchi di panico e all’insorgenza di comportamenti anaffettivi. In Italia, su otto milioni di ragazzi tra i 12 e i 25 anni, quasi tre milioni affermano di non essere soddisfatti della propria vita e di non sentirsi “a posto” a livello psichico, stando al Rapporto Giovani 2019.

I dati statistici e le indagini sociali (come quelle diffuse dalla Rete degli Studenti Medi) evidenziano che oltre l’80% degli studenti soffre di stress da prestazione. Nelle università e nelle scuole superiori si riscontra frequentemente il fenomeno degli studenti che nascondono i propri fallimenti scolastici o ritardi negli esami ad amici e parenti per paura del giudizio, una spirale di bugie che in alcuni casi drammatici culmina nel suicidio in concomitanza con il giorno della “falsa laurea”. 

Purtroppo, una delle presunte vittime del tossico sistema scolastico è Miriam Indelicato, una studentessa di 23 anni originaria del Trapanese, trovata senza vita il 17 aprile 2026 nell’androne del palazzo in cui viveva a Roma. Un immenso dolore per la famiglia, che ricorda la ragazza come gentile e sorridente, con dei sogni, spezzati probabilmente dalle pressioni e dalla convinzione sempre più forte di non potercela fare. La giovane aveva detto ai familiari che avrebbe discusso la tesi alla Luiss proprio in quella giornata, ma dagli accertamenti investigativi risultava non essere più iscritta all’università dal 2024. Le autorità hanno aperto un’inchiesta per chiarire l’accaduto e stabilire se si sia trattato di un gesto volontario, esaminando la forte pressione legata al percorso accademico. 

Come può un ragazzo qualsiasi arrivare a un gesto estremo, alla depressione, o a qualsiasi altro tipo di problema, a causa di un brutto risultato scolastico? Questo significa che è stato portato oltre il suo limite, fino a sfinirsi e non provarci più, o provarci fin troppo.

La colpa, comunque, non penso debba essere affibiata completamente ai professori, generalizzando tra l’altro. Penso invece non ci sia propriamente una colpa, ma in realtà un sistema che non funziona, che nuoce soprattutto ai ragazzi, che stanno solo cercando di imparere e crescere per assicurarsi un buon futuro. Il fatto è che questa struttura non viene smontata, o per lo meno sistemata. Anche la famiglia può rivelarsi un ostacolo, quindi prendere parte alla pressione e all’ansia che si hanno in vista di un esame. 

Un futuro

Spero con tutto il cuore che un giorno la situazione cambi; non c’è bisogno che si stravolga, basterebbe essere più cauti verso delle giovani anime che stanno imparando a fronteggiarsi alla vita, a capire ciò che dovranno affrontare e come possono farlo. Abbiamo così tanto talento, che però non può essere espresso se viene tutto quanto soffocato, a poco a poco, dalle aspettative e dai giudizi di chi dovrebbe essere uno spunto.

Concludo con una domanda: ha senso lottare così tanto per i propri obiettivi, quando la società sembra solo bloccarci e fare di tutto solo per farci mollare?

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