• Symbiopsychotaxiplasm. Premetto che sto ancora cercando di capire fino in fondo questo termine anche io, ma ciò che è importante sapere è che questa parola, oltre ad essere un termine specifico utilizzato in filosofia sociale (o antropologia (?)), è il titolo di un film che ha provato a raccontare proprio queste discipline tramite un esperimento concreto: il film stesso. 

    Questa è la grande idea che gira nella testa di William Greaves verso la fine degli anni ‘60. 

    Diamo un po’ di contesto. 

    Come detto siamo nei mitici anni ‘60, più precisamente nel 1968. Siamo a New York, e nel celeberrimo parco della grande mela un regista d’avanguardia sta cercando di girare il suo nuovo film. Anzi, a dire la verità sta mentendo, il film non c’è, o meglio, non è quello per cui gli attori credono di stare lavorando. Sì, perché il copione che hanno ricevuto e che devono interpretare è a dir poco orrendo; in sostanza l’opera consiste in una scena che rappresenta un litigio di coppia fra due innamorati. Per carità, detta così potrebbe anche non essere qualcosa di così terribile, è sicuramente già meglio di moltissimi film prodotti dal meraviglioso ministero della cultura italiana, se non fosse che William Greaves, in quei giorni a Central Park, decida volontariamente di peggiorare la situazione. Si mette a recitare anche lui, e il suo ruolo è quello di un regista che ha completamente perso il senno e che non solo è diventato un pessimo regista, ma si è trasformato in un elemento nocivo, tossico, all’interno della produzione. Greaves recita alla grande, cambiando idea ogni secondo riguardo le scene, le battute, la scenografia, la fotografia, insomma cerca in tutti i modi di far deragliare il progetto che lui stesso ha messo in piedi. 

    Perché? 

    Beh perché l’obiettivo di William Greaves, nascosto alla quasi totalità dei presenti sul set, è quello di trasformare quel copione in un esperimento sociale. Quello che gli attori (e anche gran parte del resto della produzione) non sanno è che Greaves ha ingaggiato tre troupe diverse per registrare quelle scene. La prima, “mal-guidata” da lui, è quella principale (e per tutti l’unica), quella che filma gli attori. Poi ce n’è una seconda che serve per riprendere la prima, ed infine una terza che riprende tutto il quadro completo. 

    A che scopo?

    Cercare di osservare in quanto tempo, la comunità degli attori, decida che il regista è matto e che sarebbe il caso di farlo fuori (in senso metaforico ovviamente). 

    I risultati sono eccezionali. Gli attori, immersi in quell’ambiente quasi surreale, ci mettono pochissimo per iniziare a confabulare alle spalle del regista, formando riunioni segrete in zone remote del parco. 

    William Greaves è un pazzo o è un genio?

    Questo è il dilemma che accompagna gli attori in quelle riunioni, e alla fine il verdetto è uno e uno soltanto: è pazzo. 

    La soluzione?

    Sabotare il regista e il film cercando di salvare il salvabile. 

    Ora, per effettuare un colpo di stato, e per far sì che il colpo di stato abbia successo, deve verificarsi una condizione fondamentale: colui che sta per essere destituito non deve sapere che sta per essere destituito. Ecco, in questo caso, questa condizione fondamentale non può essere rispettata perché gli attori non sanno che Greaves aveva già previsto tutto, e che queste riunioni, come qualsiasi altra cosa, vengono filmate e ascoltate per volontà di Greaves stesso. 

    Risultato finale?

    Il matto-genio William prende il materiale e lo inserisce all’interno del montaggio finale, tutto, comprese le riunioni segrete e le pugnalate alle spalle (sempre metaforiche), tutto quanto. Alla fine la ribellione della troupe è diventata il film, quella è la vera opera che William Greaves voleva realizzare. 

    Ne esce un docu-film sulla gerarchia in un gruppo di persone (che altro non è che una piccola società), sul controllo del potere di quella società e di come essa possa generare, se messa nelle condizioni giuste, un esempio concreto di anarchia. 

    Symbiopsychotaxiplasm. Eravamo partiti da qui e qui chiudiamo. 

    La definizione? 

    Secondo il filosofo Arthur Bentley è “la rete vivente di elementi ambientali e sociali che plasmano la coscienza umana”, cioè lo studio di come gli esseri (umani in questo caso) si influenzano a vicenda in un ambiente controllato e condotto a determinate condizioni.  

    In altre parole: missione compiuta William Greaves. 

    Diego.

    3–5 minuti

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