Nella letteratura di epoca Heian, si legge spesso di storie d’amore tragiche e drammatiche che vedono protagoniste le donne e le loro gelosie. In epoca classica, la sposa ideale doveva sottomettersi completamente allo sposo ed essere accondiscendente e accomodante. Le donne gelose vengono quindi associate a sentimenti di tristezza e vendetta, spinte nelle loro azioni dalla volontà di veder soffrire le concubine del marito. In questo articolo vi vorrei parlare di un libro che affronta, in parte, le stesse tematiche, ma con un’ambientazione più moderna.
Maschere di donna (Onnamen) viene scritto nel 1958 ed è considerato il capolavoro di Enchi Fumiko, una delle penne più importanti del Novecento giapponese. Nata nel 1905 e cresciuta in un ambiente familiare colto, diventerà una delle prime donne a riacquistare una voce nella letteratura del Giappone, dove, fino alla restaurazione Meiji, le voci femminili vennero soffocate in un ambiente dominato dagli uomini. Appassionata di letteratura giapponese classica e grande fruitrice di spettacoli teatrali, fa trasparire queste passioni nei suoi scritti, con una spiccata abilità nel trattare le tematiche tipiche della letteratura del periodo Heian, ma con un occhio che viene definito, nella prefazione del romanzo, protofemminista. In Onnamen, le donne hanno, in apparenza, l’eleganza e la grazia tipiche delle dame di epoca classica, ma sono anche mosse da sentimenti di rancore e voglia di rivalsa nei confronti degli uomini che, qui, in un modo o nell’altro, sono causa di male e sofferenza.
Mieko e Yasuko, suocera e nuora, sono le donne che l’autrice ci presenta all’interno del romanzo. La prima, una poetessa e un’insegnante, è dotata di una bellezza straordinaria, ma misteriosa e inarrivabile. La seconda, raffinata e delicata, è la vedova del figlio di Mieko che, dopo la morte del marito, diventa allieva di quest’ultima e ne subisce le influenze, obbedendo alle sue indicazioni senza battere ciglio. Il legame tra le due, dopo il tragico evento, si trasforma in un rapporto madre-figlia che viene percepito dall’esterno come morboso e addirittura lesbico. Questa interpretazione ci verrà fornita dai due personaggi maschili, Ibuki e Mikame, vecchi amici del defunto marito di Yasuko, che hanno entrambi mire matrimoniali nei confronti della giovane.
Già a partire dal titolo, è intuibile il legame con il teatro Nō, una delle forme teatrali giapponesi più apprezzate e conosciute a livello mondiale. In questo genere, gli attori utilizzano le maschere sia per l’interpretazione di personaggi umani, sia per dare vita a spiriti o demoni. Sono raffigurazioni molto espressive di sentimenti o condizioni fisiche e hanno la particolarità di poter cambiare il risultato espressivo in base all’inclinazione del viso dell’attore, grazie a un gioco di luci e ombre. Ciò è possibile sia per il modo in cui vengono intagliate le maschere, sia soprattutto grazie all’abilità dell’interprete, che ne studia per anni la tecnica esecutiva. Enchi Fumiko sceglie come titoli dei capitoli proprio i nomi di alcune maschere del Nō, dandoci una sorta di anteprima di ciò che andremo a leggere.
Il teatro Nō si intreccia al mondo dello spiritismo: non sono rare, infatti, le messe in scena di leggende del folklore giapponese. Il sentimento di rancore femminile, molto presente nelle storie tradizionali, viene associato alla mutazione della donna in demone o fantasma, quasi impossibile da placare fino al compimento della sua vendetta. Le vittime vengono plagiate dallo spirito, così come, nel romanzo, uno dei personaggi (no spoiler) è il burattinaio della storia. Nell’opera, è rilevante il tema della possessione, intesa come discesa della divinità o dello spirito nel corpo della medium tramite riti estatici. Non solo questo è il campo di studio di Ibuki, Mieko e, successivamente, di Yasuko, ma il romanzo è pregno di scene dal sottotono surreale e orrorifico, facendo percepire al lettore un’aura di inquietudine e di distacco dal razionale svolgersi degli eventi. Alcuni dei personaggi non sembrano sempre presenti e coscienti delle loro azioni, quasi fossero guidati da un’entità ultraterrena.
Altra colonna portante del romanzo, così come della vita della scrittrice, è il legame con il Genji Monogatari, l’opera classica giapponese per antonomasia. In particolare, leggiamo di Rokujō, una delle mogli di Genji, personaggio anche di un famoso dramma del teatro Nō. Rokujō è protagonista della storia di vendetta più conosciuta dagli appassionati di cultura nipponica. Ella, gelosa di Aoi no Ue e del fatto che aspetta un figlio da Genji, cede al rancore e si trasforma in un demone. Riuscirà ad uccidere la sua rivale in amore poco dopo la nascita del figlio. Enchi Fumiko nel testo, attraverso la voce di Mieko, riesce a riscrivere l’interpretazione che è sempre stata data al ruolo della donna nella letteratura classica (incarnata, in questo caso, dalla stessa Rokujō), suggerendo come il disprezzo che gli uomini provano nei confronti delle donne risieda nel fatto che hanno timore della loro forza e determinazione.
Alla conclusione di questo libro, mi è rimasto un senso di inquietudine che non sono riuscita a interpretare subito. La trama, pur sembrando banale all’inizio, va via via mutando in atmosfere sempre più cupe e disturbate, senza far percepire al lettore questo cambiamento graduale, fino a quando la storia non culmina nell’evento principale. Sicuramente è una lettura consigliatissima sia agli appassionati del Giappone, sia a chi vuole sperimentare una scrittura non “convenzionale”.
Grazie per la lettura.
-Conema
