A mettere tutti i puntini sulle “i” c’è da impazzire: argyle, buffalo check, gingham, plaid, harlequin,
madras, tartan, windowpane, bayadère , Cambridge Ssripe, gessato, righe alla francese, pois,
paisley, chevron, greca, pied-de-poule, floreale, liberty, toile de jouy, animalier, batik, camouflage,
ikat eccetera eccetera eccetera.
La domanda sorge spontanea: che bisogno c’è di avere così tanti tipi di fantasie per stoffe e
sopratutto, distinguerle?
La questione sta nel fatto che ogni fantasia in realtà ha un’origine storica e culturale ben specifica,
dettaglio che nella vita quotidiana è abbastanza inutile, che però nella composizione di qualsiasi
tipo di narrazione, è un conglomerato di informazioni sulla situazione in cui una specifica fantasia
viene usata:
Che fantasia è? È una fantasia indossata in modo vistoso? Nascosto? Quali colori sono utilizzati? È
una fantasia che cozza con l’ambiente circostante.
Banalmente, un personaggio all’interno di una qualche storia, che è legato ad un particolare
elemento visivo, come un colore o una fantasia, è riconosciuto anche quando in “incognito” proprio
per questo tratto caratteristico.
Ad esempio, nel videogioco del 2015 “Five Nights at Freddy’s 4” , alcune teorie (estremamente
contorte) sono nate dal fatto che cinque righe specifiche di testo apparissero con un colore
lievemente più chiaro rispetto alle altre e che quindi quelle frasi non fossero state pronunciate dal
personaggio che sembrava star parlando, ma da qualcun altro, rendendo la scena non una
conversazione tra due persone ma tra tre. Infatti, per molto tempo si è creduto di star giocando il
gioco dal punto di vista di uno dei due interlocutori (pensando che il dialogo fosse tra due), mentre
invece il gioco è proprio dal punto di vista del terzo interlocutore, che però è passato inosservato.
Forse. Non si è ancora capito in realtà.
Ora, mettersi a cercare il significato di ogni colore e ogni fantasia risulterebbe un lavoro infinito,
oltrechè relativamente inutile, dal momento che poi è ogni storia che decide cosa ogni elemento
significhi.
Tuttavia, ci sono dei temi bene o male ricorrenti, e oggi sarebbe bello parlare delle strisce, forse una
delle fantasie più consistenti di opera in opera, per la propria storia, almeno per quanto riguarda
l’Europa, molto antica.
Innanzitutto, è stata una fantasia da sempre molto controversa: Pastoureau nel suo libro “Il tessuto
del Diavolo”, in cui traccia una storia della stoffa a strisce, afferma che nei tempi del dominio della
chiesa, questa fantasia fu proibita da molti ordini ecclesiastici e che addirittura Alessandro IV la
avesse ufficialmente bandita da ogni ambito del cattolicesimo.
Nelle raffigurazioni medievali ad esempio, questo tipo di fantasia era indossato da figure
“scomode” per la società, come ad esempio giullari, prostitute o boia.
Tanto che questa associazione con il demonio fu portata avanti anche nella cultura pop
contemporanea; chissà com’erano fatte le calze della malvagia strega dell’est nel Mago di Oz…
Dal diciottesimo secolo in poi, questa associazione così negativa tuttavia cominciò a svanire, anche
se rimase comunque il simbolo di coloro che deviavano in qualche modo dalla norma, come ad
esempio i lavoratori, ma questa fantasia si trova anche in alcuni uniformi dei giacobini.
Nei giorni nostri invece è una fantasia comunemente adottata, anche se sempre per simboleggiare
qualcosa di “alternativo” alla massa.
Allo stesso tempo, proprio per il fatto di essere una fantasia piuttosto vistosa, se la fantasia gessata
(pin stripe) simboleggia sì qualcosa di estraneo, lo fa in modo subdolo, mentre invece più le strisce
sono larghe, più vanno anche a rappresentare l’essere stravaganti o eccentrici.
Basti pensare al completo di Beetlejuice dall’omonimo film di Tim Burton.
E dunque voi, quanto striati vi sentite?
Fonte:
https://www.youtube.com/watch?v=Y1U4YkNkoG0)
