Quando si parla di Edvard Munch, non so perché, la mia mente lo collega quasi sempre e in
maniera pressoché immediata alla figura di Stuart in The Big Bang Theory.
Avete presente? Quel personaggio timido, insicuro e sfortunato che gestisce il negozio di fumetti
tanto amato dai protagonisti principali della serie. Viene rappresentato con lo stereotipo
abbastanza diffuso dell’artista costantemente al verde e socialmente impacciato, colpito da una
perenne melanconia e alla ricerca di un proprio posto all’interno del gruppo di amici.
Nonostante ciò, penso sia una figura significativa per la serie (magari poco sviluppata da parte degli
autori in alcuni momenti) ma obbiettivamente tra i più riconoscibili dei personaggi secondari che,
tra l’altro, dopo aver vissuto con la madre di Wolowitz nei suoi momenti più bui, trova finalmente
l’occasione per andare avanti e riscattarsi.
Ecco perché, in un certo senso, riesco a vederci qualche similitudine col padre “dell’urlo” visivo più
famoso della storia dell’arte.
Edvard Munch oggettivamente sì, è conosciuto ai più, ma se ci riflettiamo lo si collega sempre e
solo a pochissime opere. “Il grido” (nome originale dell’opera) è senz’altro il risultato della sua più
compiuta espressione, del malessere esistenziale dell’individuo e della sua immensa angoscia di
fronte alla morte, con la consapevolezza dell’impossibilità di opporre resistenza alle forze della
natura, però rappresenta “solo” la punta dell’iceberg di un lavoro, di una ricerca, molto più
complessa e articolata.
Nato nel 1863 in Norvegia, si formò (artisticamente parlando) a Oslo, a stretto contatto con dei
maestri di tendenza realista ma a seguito di due viaggi a Parigi, abbandonerà presto
quest’impronta iniziale per abbracciare un uso nuovo (per l’epoca) del colore, grazie alle
personalità significative di Van Gogh e Gauguin. Non fu più interessato alla mera rappresentazione
di ciò che lo circondava (in senso oggettivo) ma voleva portare su tela la realtà interiore di ogni
singolo individuo e fu così che la sua pennellata si fece più espressiva.
Dal punto di vista biografico ebbe una vita complessa, un po’ sfortunata (tanto che, in confronto, il
nostro Stuart sembra imparentato con la figura di Gastone di Paperino): segnato da diversi lutti
familiari già in tenera età, la sua esistenza fu lunga e tormentata, segnata anche dalla malattia e
dall’alcolismo. Furono questi i fattori principali che lo portarono a creare soggetti sempre più
permeati da un crescendo d’inquietudine, angoscia e disperazione.
Nonostante ciò, la sua pratica artistica venne riconosciuta e portò delle piccole, grandi rivoluzioni
per l’epoca, che divennero poi la base per le nuove sperimentazioni che segnarono nel profondo
tutto il Novecento.
Per certi aspetti anticipò anche di alcuni anni le “scoperte” di Sigmund Freud
che, nel 1900, proprio all’alba del nuovo secolo, pubblicherà quel testo che diverrà la base della
psicanalisi e lo studio dell’uomo (L’interpretazione dei sogni).
Fino al 1° Marzo avrete modo di conoscerlo più da vicino, sotto una luce diversa, grazie ad una
retrospettiva realizzata da Elisabetta Barisoni al Centro Culturale Candiani di Mestre (sale
espositive del III piano).
MUNCH.
La rivoluzione espressionista vuole regalare una lettura rinnovata delle radici e
dell’eredità lasciata da questo personaggio, portando anche supporti diversi dalle classiche tele ma
ugualmente significative, come esemplari di puntasecca, acquatinta, acquaforte e litografia.
Queste tecniche gli permisero di mostrare ancora più chiaramente il proprio tratto, sfruttando a pieno e in
chiave espressiva, le potenzialità grafiche dell’incisione: il contrasto assoluto del bianco e del nero,
l’incisività del segno, la capacità della linea di creare deformazioni espressionistiche.
Il fatto che molti dei suoi lavori hanno una volontaria mancanza di definizione, ne rendono un’universale
maschera in cui tutti possono riconoscersi e immedesimarsi.
Il percorso della mostra però non parlerà solo di Edvard Munch e della sua epoca: grazie alle opere
conservate nelle collezioni veneziane, vedrete anche quanto il suo stile abbia influenzato gli artisti
formatisi successivamente, fino all’arte contemporanea. Nella sezione dedicata per esempio
all’Espressionismo tedesco, l’arte diventa più dura e incisiva, e i messaggi di denuncia sociale sono
più evidenti: i paesaggi deformati e le figure dipinte da Otto Dix e Max Beckmann rappresentano il
disagio collettivo e le tensioni dell’Europa tra le due guerre mondiali.
La mostra arriva a concludersi infine col nostro presente, mostrando come le atmosfere inquietanti
di Munch — fatte di paure, figure tormentate e immagini disturbanti — continuino a influenzare gli
artisti contemporanei. Le installazioni di Tony Oursler, le performance di Marina Abramović e le
opere di denuncia di Shirin Neshat dimostrano in maniera chiara come la sua eredità sia ancora
fortemente viva “in noi” e soprattutto utile per raccontare temi (purtroppo) attuali quali il dolore,
la violenza e la solitudine.
Se vi ho incuriositi, sappiate che l’ingresso è completamente gratuito ma previa registrazione
compilando il modulo online su https://muvemestre.visitmuve.it/.
-morghy_marghe
