• C’è un momento della giornata, poco prima che cali il buio notturno, in cui le cose sembrano più vere di come appaiano durante il giorno. È un attimo che non si lascia definire, ma che ognuno riconosce quando ci è dentro. Pezzi Della Sera,
    il secondo album di Marco Castello, vive esattamente in quella fessura di tempo: non la piena notte, non la luce che resiste, ma quello stato intermedio, quel crepuscolo in cui il rumore si ritira gradualmente, lasciandoci soli con i nostri pensieri.
    Chi conosce Castello sa che la sua scrittura è sempre stata sospesa, tenera e vagamente sghemba, e qui si affina senza perdere l’imperfezione che la rende così riconoscibile.

    L’uscita dell’album ha già una sua storia: annunciato il 19 settembre 2023, viene pubblicato, in un primo momento, solo in vinile in una tiratura limitata di 500 copie profumate al gelsomino, fiore simbolo dell’album (per poi essere rilasciato anche in streaming il 17 novembre dello stesso anno). È un dettaglio che potrebbe sembrare ornamentale, ma che invece rappresenta tutto: Castello non lavora solo con i suoni, ma con le sensazioni. Il gelsomino non è un semplice vezzo: è un filo che unisce contenitore e contenuto, un modo per dire che questo disco non è semplice musica di sottofondo: ha un corpo, un odore, un’aria circostante.

    Come il precedente progetto Contenta Tu del 2021, anche Pezzi Della Sera nasce al Butterama Recording Center di Berlino. Castello è al tempo stesso voce, chitarre, batteria e tromba; quest’ultimo è accompagnato nel viaggio da Lorenzo Pisoni al basso e Leonardo Varsalona alle tastiere, che costituiscono la spina dorsale del suono, e Stefano Ortisi ai sassofoni, ampliando il campo armonico e portando il progetto verso un jazz-funk più maturo, fluido, notturno appunto. L’elemento interessante è che, nonostante la geografia berlinese, la Sicilia non solo rimane, ma si intensifica. Il dialetto che Marco utilizza molto in tutto l’album non è colore né folklore: è la forma stessa del pensiero dell’autore, un modo per misurare la distanza tra ciò che vive e ciò che si sente.

    Il primo brano che colpisce davvero è Beddu, che si apre come una confessione sussurrata sotto la luce un lampione.

    E sugnu suli e ghiettu luci supra la terra / Ma sugnu sulu e senza specchiu nun mi viru

    E’ un verso che sembra semplice, ma che contiene una densità enorme. Castello parla di solitudine senza drammatizzare, con quello sguardo obliquo che appartiene a chi non si lamenta ma osserva. È un racconto intimo, che però non si chiude nel privato: la ricerca di un riflesso, di un riscontro, è universale all’essere umano. La voce, volutamente naturale, quasi timida, crea un’atmosfera sospesa che definisce non solo la traccia, ma l’intero album.

    Polifemo, personalmente il mio pezzo preferito sia dell’album che di Castello stesso, scivola tra il reale e il visionario senza inciampare mai. 

    Cielo scuro, mentre pisciava su un muro / Un cieco mi ha predetto il futuro

    Questa frase non è utilizzata come espediente poetico: è una scenetta comica, che si potrebbe tranquillamente vedere in una stradina di una città siciliana qualsiasi, e che Castello trasforma sagacemente in un piccolo enigma esistenziale. Il consiglio dell’uomo — 

    Ama ciò che ti rende insicuro 

    — E’ qualcosa che, a prima vista, sembra buttato lì, ma che fa pensare anche molto dopo la fine del brano. Castello non pretende di essere profondo, ma dà la possibilità all’ascoltatore di ponderare e ragionare, anche dove non è necessario.

    Poi arriva Pipì, una dimostrazione di quanto Castello sappia usare l’ironia come strumento narrativo. Il suo umorismo non distrae, non alleggerisce: rivela. 

    Ecco, plana il dollaro / La notte ricomincia da qui / Che fila al gabinetto / Ma non è per fare pipì

    Sembra una battuta, ma in realtà è una stoccata a tutto ciò che di storto e disordinato c’è nelle nostre notti. Qui l’assurdo diventa specchio della realtà, e il risultato è un brano che sorride senza essere superficiale: Castello sa che il ridicolo è il lato più sincero della quotidianità, e non ha paura di afferrarlo.

    Più tagliente è Empireo Risolti, che porta nel disco una torsione sociale significativa. 

    Presto, chе perdi il treno / Dell’eterosessualità / Poi vieni incriminato perché segui la moda / Ti insegnano a legnate un po’ di civiltà / Fammi entrare / Per favore, nella tua gabbia dorata

    Non è una semplice provocazione fine a sé stessa: è uno dei modi in cui Castello mette a nudo le pressioni, i moralismi e le aspettative che governano il vivere comune moderno. Non si tratta di un manifesto politico, ma di una constatazione ironicamente amara su come si educa al conformismo. C’è una durezza implicita, ma Castello non la serve mai senza un tocco di leggerezza: è una canzone che colpisce non tanto per ciò che dice, ma per come lo sdrammatizza senza sminuirlo.

    Il percorso emotivo del disco trova la sua parte più vulnerabile in Copricolori, dove Castello sposta l’attenzione dalla società all’interiorità dei rapporti umani. 

    Lei canta con la voce un po’ cambiata per impressionare / per farmi vedere di esserne capace, poi devo vomitare

    Una scena minuscola, quasi grottesca, che però racconta la fatica di piacersi, di essere abbastanza, di mostrarsi in una luce che non è la propria pur di compiacere gli altri. Castello non giudica, non accusa: osserva quel momento di frizione tra due persone e lo restituisce nella sua fragilità, ed è qui che sta il genio: al giorno d’oggi, è una capacità rara quella di saper trattenere empatia anche dentro l’imbarazzo.

    A tenere insieme Pezzi Della Sera non è una linea narrativa esplicita, né un concetto chiave: è l’atmosfera. C’è un senso di transizione, di sospensione, di identità ancora in costruzione che pervade l’intero progetto. Castello riesce ad essere fedele a sé stesso senza cadere nella ripetitività, e pur mantenendo la leggerezza, riesce a far emergere una maturità nuova. Non c’è la pretesa di essere originali a tutti i costi: c’è il desiderio di essere onesti — sia con sé stessi che con gli altri — di raccontare l’incertezza senza mascherarla.

    Ciò che rende Pezzi Della Sera un album così fuori dal comune è la sua capacità di dare forma a qualcosa di intangibile: le canzoni non sono hit da discoteca, non esplodono mai, eppure restano. Sono piccoli spigoli di vita quotidiana, frammenti che non pretendono di rivelare un senso, ma che nel loro essere imperfetti, a volte goffi, diventano sinceri e verosimili, come se fossero esperienze talmente umane da poter essere riconducibili a ciascuno di noi.

    Credo fermamente che sia questa la grande forza del cantautore siciliano. Marco Castello non costruisce universi monumentali: costruisce atmosfere. E nel farlo dimostra che non serve gridare per essere ascoltati, che la parte più autentica di noi spesso esiste proprio quando la città ha già smesso di parlare, in quella piccola zona a tinte rosse e blu, che dura quanto basta per guardarsi dentro e riconoscersi, anche per un solo istante, nella propria forma più fragile e vera.

    -Casti

    5–7 minuti

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