Cari fuorisede,
innanzitutto benvenuti (o bentornati) a Venezia e, nonostante questo leggero ritardo, vi auguro un buon anno accademico! Anche se sarete giunti in questa terra lagunare da poco, posso giurare quasi per certo che almeno 3 cose vi sono subito saltate all’occhio: il fatto per esempio che un bicchiere di spritz costa meno di una bottiglietta d’acqua del discout, il linguaggio in generale delle persone è mooolto colorito ma non necessariamente con l’intento di essere volgare… e sì, il campanilismo tra le province è un argomento serio, su cui non si può scherzare.
Comincerete ad affinare presto l’udito e a constatare come il Veneto sia costellato da proverbi e modi di dire sulle singole province che vanno a sottolineare una particolare caratteristica del luogo come padovani, gran signori (perché sede di una delle università più antiche d’Europa), vicentini, magna gatti (per un tipo d’alimentazione non particolarmente ortodossa che abbracciarono durante gli anni di carestia o povertà) o veneziani gran signori (perché, si sa, durante la Repubblica di Venezia, la città era tra le più grandi potenze commerciali al mondo). Dovete sapere però che il Veneto vanta la bellezza di 7 province ma di una, nello specifico, non se ne parla quasi mai e anzi, gli stessi veneti ne ignorano l’esistenza, un po’ come le battute canzonatorie che a volte ci scappano sul povero Molise.
Questa provincia è Rovigo.
Esteticamente sulla cartina geografica sembra una seconda Liguria che, col suo aspetto lungo e stretto, funge un po’ da cerotto tra l’Emilia Romagna e la cultura veneta. Conosciuta anche come “la città delle rose”, fu terra natale di Giacomo Matteotti e Cristina Roccati (terza donna al mondo ad ottenere una laurea), oltre ad essere citata (in forma poetica) da Dante Alighieri all’interno di uno dei suoi scritti.
Ciò che però viene sempre evidenziato di questa terra sono i luoghi comuni come la costante presenza della nebbia praticamente 10 mesi all’anno, il fatto che in generale ci sia gran poco da fare e/o vedere (tanto che una decina d’anni fa è stata eletta addirittura città più noiosa d’Italia), il tutto accompagnato dalla frase canzonatoria di Rovigo, non m’intrigo, un detto popolare con chiaro scopo beffardo ma che in realtà racchiude un duplice significato: può sì indicare che con Rovigo è meglio non averci niente a che fare (forse per il carattere degli abitanti?) ma allo stesso tempo può racchiudere l’immagine del suo essere una realtà molto piccola, circoscritta, in cui è davvero difficile perdersi (intrigarsi, appunto).
Arrivati a questo punto vi starete chiedendo del perché oggi mi sia tramutata per voi in una succursale (mal riuscita) di Alberto Angela; è perché sono rodigina e sono stata improvvisamente colpita da un atto di patriottismo? Beh, in parte sì.
E per la mia “rubrica” di Spotted dedicata alle piccole gite fuori porta come sana distrazione dalla quotidiana vita universitaria, oggi vi porto nel capoluogo polesano, ad un’ora secca di treno da Venezia, a visitare la nuovissima mostra fotografica di Palazzo Roverella. Con un lavoro dal titolo Rodney Smith – fotografia tra reale e surreale, per la prima volta in Italia (quindi dai, un piccolo primato non da poco) si è voluto portare una retrospettiva su uno dei personaggi più insoliti del secolo scorso.
Nato a New York nel 1947, di fronte ai suoi scatti salta subito all’occhio un’eleganza innaturale, caratterizzata da un rigore matematico ma sporcato costantemente di una certa ironia nello sguardo. Lavorò sempre in bianco e nero (solo nell’ultima fase della sua vita cominciò a sperimentare coi colori), principalmente all’aria aperta ma veniva spesso chiamato per creare dei servizi di moda (Wall Street Journal, The New York Times o Vanity Fair), per questo “(…) il senso dello stile, delle
proporzioni, della bellezza e della grazia sono state molto importanti nella mia educazione”. Riusciva a creare immagini Belle ma con un fisso fattore di sorpresa dietro l’angolo che le rendeva perfette nella loro imperfezione finale, simbolo di una grande bravura. Lui stesso era abituale definirsi un ansioso solitario e forse fu proprio questo mezzo e questo modo completamente personale di scattare ad aiutarlo a farsi beffe delle paure più profonde, come una sorta di terapia. È venuto a mancare pochi anni fa, nel 2016, ma i suoi lavori continuano ad essere più contemporanei che mai.
Per noi studenti (esibendo il tesserino) il biglietto costa solo 8€ e la mostra durerà fino al 1° febbraio 2026. Per qualsiasi informazione potete consultare il sito ufficiale http://www.palazzoroverella.com.
Ma non vi farò concludere la giornata a stomaco vuoto; dopo una passeggiata tra le vie del centro che vi porteranno a costeggiare le Torri in Corso del Popolo e i portici di Piazza Vittorio Emanuele II, portatevi verso Piazza Garibaldi dove nell’angolo vi sarà ad attendervi Caffè Borsari, un’istituzione per il territorio, specializzati in dolci da pasticceria di ogni tipo. Vi consiglio di provare la nebbia, un pasticcino/piccolo bombolone nato proprio per Rovigo ripieno di crema al latte e vaniglia (ma disponibile nei gusti che preferite).
Infine (ma non per importanza) vi consiglio anche una visita veloce al tempio della Beata Vergine del Soccorso, conosciuto come La Rotonda per la sua pianta assolutamente non tradizionale per un edificio religioso. Ciò che colpisce è l’interno barocco, in netta contrapposizione con lo stile sobrio dell’edificio.
Di cose da raccontarvi o suggerirvi ce ne sarebbero ancora tante ma Rovigo in fondo è così: come la vecchia signora del pianerottolo apparentemente burbera con cui avrai scambiato si e no qualche parola da quando la conosci ma se t’impegni a prenderti la briga di conoscerla un po’ di più ed ascoltarla, ha davvero tanto da trasmetterti. E noi, d’altro canto, le possiamo regalare quotidianamente un arricchimento in più.
-Morghy_marghe
