Un assassino si definisce serial killer (o assassino in serie) quando uccide almeno tre persone in momenti diversi, con un intervallo di tempo tra un omicidio e l’altro chiamato cooling-off period (periodo di raffreddamento emotivo). Sulla sua definizione incidono:
- Numero di vittime: di solito servono almeno tre delitti (anche se alcune definizioni moderne o legislative partono da due).
- Intervallo di tempo: Gli omicidi non avvengono nello stesso momento (come nel caso di una strage), ma sono separati da giorni, settimane o anni.
- Modus operandi: Spesso l’assassino segue una modalità simile o identica, spinto da motivazioni psicologiche interne e dal piacere di compiere l’atto, piuttosto che da un guadagno economico
o da una vendetta politica immediata.
Secondo molti, l’essere killer consiste nell’esaltare la nostra aggressività primordiale che da sempre e per sempre si cela dentro di noi. Il “vivere civilmente” ci ha in un certo senso addomesticati, ma l’assassino seriale incombe nella nostra normalità come l’oscurità nella più forte luce. Possiamo dire che i “buoni” lo sognano, mentre i “cattivi” finiscono per farlo.
La cosa che sta alla base della mente del killer è probabilmente la perdita dell’empatia: non percepisco neanche lontanamente la sofferenza che provoco altrui.
MALATI O MALVAGI
La maggior parte dei serial killer sa distinguere perfettamente il bene dal male. Agisce con lucidità, organizzazione e freddezza. Questo non toglie che molti tra i killer più conosciuti soffrano di assenza di psicosi: malattie come la schizofrenia o deliri psicotici profondi che annullano la percezione della realtà sono rare nei crimini seriali pianificati.
Nei tribunali, le perizie psichiatriche riconoscono quasi sempre la piena imputabilità dell’assassino, ma ci sono casi in cui l’infermità mentale prende un ruolo importante nel corso del processo:
- Jeffrey Dahmer: La difesa invocò l’infermità mentale legata a pulsioni necrofile e disturbi psichici, ma l’accusa e le perizie stabilirono che era perfettamente capace di intendere e volere e consapevole dei suoi crimini.
- Ed Gein: Fu riconosciuto inizialmente non colpevole per infermità mentale (schizofrenia) e confinato in un ospedale psichiatrico criminale, pur non rientrando nel classico profilo del serial killer con molteplici vittime in tempi diversi.

I casi di “malattia” funzionale (Sindromi e Narcisismo): Spesso si riscontrano disturbi di tipo narcisistico, megalomania o sindromi compulsive, come nel caso degli “angeli della morte” (infermieri o sanitari killer)
In sostanza, ci sono casi in cui i soggetti soffrono di schizofrenia, quindi agiscono spinti da voci o credenze fittizie. La maggior parte dei killer, però, sa lucidamente quello che fa, agisce con uno scopo, che può essere malvagio o sessuale, rendendosi conto di ciò che fa o che ha fatto.
SIGMUND FREUD
Secondo Sigmund Freud, un serial killer sarebbe guidato da una spaventosa combinazione tra la pulsione di morte (Thanatos) e una fissazione perversa radicata nell’infanzia. Freud ha introdotto il concetto di Thanatos per spiegare la spinta innata verso la distruzione, l’aggressività e il ritorno a uno stato inorganico. Nel serial killer, questa forza distruttiva non viene rivolta verso l’interno (come nella depressione o nel suicidio) o sublimata, ma viene scagliata violentemente all’esterno. L’atto omicida diventa, quindi, il modo estremo in cui l’individuo scarica una tensione mortale accumulata.

Per la psicoanalisi, molti omicidi seriali hanno una forte radice sadico-sessuale: la sessualità e la distruttività si fondono. L’uccisione finisce per non servire a scopi pratici, ma a ottenere un “godimento” attraverso il dominio assoluto sull’altra persona. La vittima viene ridotta a un semplice oggetto da manipolare, svuotando l’empatia e azzerando la barriera del Super-Io (la coscienza morale).
L’Io del serial killer dimostra una debolezza strutturale e usa meccanismi di difesa primitivi, come la scissione e la proiezione, per separare la propria vita quotidiana (ordinaria o insignificante) dalle mostruose fantasie interne.
Le prime esperienze infantili, i traumi o le frustrazioni precoci bloccano lo sviluppo emotivo, intrappolando il soggetto in una coazione a ripetere: il ciclo costante di fantasia, delitto e ricerca effimera di sollievo. John Wayne Gacy crebbe con un padre alcolista e violento: questo vissuto portò l’uomo a uccidere circa 29 persone nl corso del suo macabro operato.
Ciò che sta dietro a questo è il fatto che molti killer sono persone che non sono in grado di superare i traumi passati e raggiungere l’età adulta.
ASPETTO

Ted Bundy era definito un uomo affascinante e di buona cultura, difficilmente associabile al mostro tanto ricercato che uccise tutte quelle donne. Molto spesso i killer sono soggetti comuni, ma, come studiò la filosofa Hannah Arendt ne La banalità del male, il mostro che compie queste atrocità non per forza ha un aspetto ripugnante o atteggiamento aggressivo, si trovano tra di noi. Quando venne arrestato, un ufficiale di polizia chiese a Bundy come fosse possibile uccidere così tante donne (in quel momento si pensava almeno 46), lui rispose: “Aggiungi al calcolo una qualunque cifra e ti avvicinerai al numero esatto.”
