• Nel 2011, a soli otto anni dal loro primo album, gli ArcticMonkeys erano già una band diversa da quella che aveva intasato la piattaforma MySpace con “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”. Con “Humbug”, loro terzo album, registrato tra le sabbie del deserto californiano sotto l’esperta guida di Josh Homme (fondatore, chitarrista e paroliere dei “Queens of the Stone Age”), la frenesia adolescenziale lasciava posto ad un suono più oscuro e psichedelico, già visibile, seppur in quantità minore, in “Favourite WorstNightmare”. Eppure, invece di proseguire sulla suddetta via, il quarto capitolo della loro discografia sceglie deliberatamente la strada opposta: quella della leggerezza, del pop-rock, e di una sincerità che, per molti, risultò disarmante.

    Il titolo stesso ne è manifesto: “Suck It and See” è un modo di dire britannico che invita a provare prima di giudicare, a sperimentare prima di dare un’opinione. Una filosofia che calza a pennello per un disco simile, costruito senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa, ma con la voglia di esplorare una scrittura più semplice e diretta, a detta del frontman stesso Alex Turner in varie interviste (BBC Radio, Q Magazine, Rolling Stone, NME). Per gli USA, però, quella frase suonava troppo ambigua, tanto da spingere alcune catene a censurare la copertina. Un episodio curioso, ma che racchiude ironicamente il messaggio del disco: “Suck It and See” è un album che gioca con l’ironia e con i doppi sensi, ma che, in fondo, nasconde un cuore tenero.

    Musicalmente, il disco è il più pop della prima fase degli Arctic Monkeys. James Ford (membro dei “The Last Shadow Puppets” con Turner stesso e producer per artisti come i “Depeche Mode”, “Blur” e “Florence and the Machine”) guida la produzione e la band verso un suono limpido, dove le chitarre sono luminose e tinte di riverberi surf, mentre la batteria si lascia alle spalle l’aggressività passata in favore di una maggiore elasticità. Le influenze guardano al rock degli anni ’60/’70, filtrandole però attraverso l’estetica tipica del gruppo. Il minimalismo ruvido dei primi tempi è assente, così come la densità psichedelica di “Humbug”, privilegiando a queste ultime essenzialità, chiarezza e calma.

    Brano dopo brano, “Suck It and See” costruisce un quadro tinto da sonorità poetiche e malinconiche. “She’sThunderstorms” apre l’album con un romanticismo potente, un brano che gioca tra dolcezza e tensione elettrica, quasi a presentare la nuova veste della band: meno cinica e più incline a lasciarsi andare. “Black Treacle” riprende questa scia, con immagini e metafore cinematografiche, unite ad un andamento pigro ma mai noioso. Poi arriva “Brick by Brick”, la canzone più controversa del progetto (ed a mio parere la peggiore dell’album): semplice, martellante, costruito su un riff ripetitivo e su un testo minimale che, a primo ascolto, potrebbe sembrare quasi uno scherzo, ma che punta a ridurre il rock all’osso, alle sole radici.

    Tuttavia, è nelle ballate che l’album rivela il suo lato più intimo. “Love Is a Laserquest” è una dei testi più commoventi di Turner: un brano di come passa veloce il tempo e delle domande che ci accompagnano nell’età adulta, con la delicatezza tipica di una lettera d’amore. Successivamente, la traccia che dà il titolo all’album è un gioiello di leggerezza pop, con melodie che scivolano via senza peso, ma che ronzano a lungo nelle orecchie dell’ascoltatore con una naturalezza rara. Infine, “That’s Where You’re Wrong” chiude l’album con un’atmosfera catartica: un finale che sembra suggerire che, nonostante le contraddizioni e i cambiamenti, la musica resta un rifugio sicuro per chiunque.

    Ciò che rende speciale questo disco è l’equilibrio tra ironia e sincerità. Alex Turner, in questo momento della sua carriera, non è più il ragazzo di “I Bet You Look Good on the Dancefloor”, né ancora il crooner elegante che seguirà con “AM” e “Tranquility Base Hotel & Casino”. È qualcosa di diverso, un narratore che sperimenta una nuova forma di scrittura, più poetica, più affettuosa, punteggiata da immagini quotidiane che diventano universali. C’è sempre un pizzico di sarcasmo nelle sue parole, ma non copre mai la vulnerabilità che trapela dai testi.

    All’epoca, “Suck It and See” ricevette accoglienze contrastanti. C’era chi lo accusava di essere un lavoro mediocre, troppo leggero rispetto all’intensità dei dischi precedenti, e chi invece lo considerava una ventata d’aria fresca, il momento in cui la band aveva ritrovato il piacere di scrivere canzoni senza troppi fronzoli. Col tempo, però, il disco ha guadagnato una reputazione diversa: quella di album sottovalutato, spesso citato dai fan come il più intimo, quello che forse non cerca di rappresentare nulla se non la voglia di suonare insieme (ed io, personalmente, mi rivedo in questa seconda chiave di lettura).

    Per concludere, “Suck It and See” non mira ad essere una svolta epocale, ma è proprio questo il suo fascino: la capacità di raccontare una fase di transizione senza fingere di essere qualcosa di più grande. È un disco che scorre leggero in sottofondo, che si lascia vivere, che non pretende di essere eterno e, proprio per questo, resta sincero. Credo che possa definirsi “la parentesi luminosa degli Arctic Monkeys”, un album che invita a non giudicare un libro dalla copertina, ed invece a lasciarsi sorprendere dalla semplicità delle cose che ci circondano. Non è un colosso, ma un compagno silenzioso: una colonna sonora che, con il tempo, diventa familiare. 

    -Casti

     

    4–6 minuti

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