• “HYPERYOUTH” di Joey Valence & Brae (duo producer-rapper della Pennsylvania) non è un semplice album rap: è una lunga serata in discoteca, vissuta tutta d’un fiato. Ore e ore di movimento, corpi che si urtano sulla pista e brevi istanti di pausa in cui ci si ritrova soli con i propri pensieri ed un drink in mano. Il titolo stesso rappresenta questa sensazione: non solo adolescenza, ma una giovinezza accelerata, esasperata, “hyper” appunto. È la colonna sonora di una generazione che preferirebbe bruciare piuttosto che rallentare.

    L’omonima traccia iniziale apre le porte del locale: appena entrato ti ritrovi subito invaso da production travolgenti, campionamenti pazzi (come “Bangarang” di Skrillex e “Block Rockin’ Beats” dei Chemical Brothers) e un flow che non lascia spazio al respiro. È l’ingresso nella folla: i bassi ti scuotono il petto, le luci ti accecano, e l’unica maniera per sopravvivere alla serata è lasciarti andare. 

    “LIVE RIGHT”, invece, è la pausa breve in cui ti guardi attorno e ammetti a te stesso che forse stai crescendo, e che questa corsa adolescenziale non potrà durare per sempre. I beat restano vivi, ma la voce rivela la fragilità e la paura di diventare adulti, che persiste anche in mezzo alla festa. Il brano stravolge il ritmo del disco, ricordandoci che la giovinezza, anche quando accelerata, è piena di riflessioni e incertezze. È un momento di respiro, quasi intimo, in un contesto altrimenti iperattivo.

    A smuoverti da questa realizzazione, “WASSUP” con JPEGMAFIA porta una scarica di adrenalina collettiva, un sound anarchico che trasforma il club in un vero e proprio campo di battaglia. Il featuring di JPEG trasporta una passione che mette in cortocircuito passato e presente, nostalgia e furia. Qui non c’è spazio per pensare: solo per urlare, saltare e farsi travolgere dalla frenesia della folla.

    Le tracce seguenti mantengono il ritmo della serata, variando i colori della pista: “BUST DOWN” con TiaCorine è ironico e sfacciato, “BILLIE JEAN” gioca col funk in maniera teatrale. Ogni pezzo aggiunge un tassello, come se l’album fosse la scaletta del DJ: c’è di tutto, dai picchi di energia alle parentesi più leggere, dai momenti d’aria a quelli in cui ti perdi nel labirinto dei corpi sulla pista da ballo.

    Rispetto agli album precedenti, qui la differenza è netta. Dove il debutto Punk Tactics” aveva la freschezza di una prima festa improvvisata tra collegiali, il sequel “No Hands” dimostrava il desiderio di mostrarsi più maturi. “HYPERYOUTH” invece è costruito come un evento: la produzione di Joey è curata, i featuring e i sample (autorizzati grazie alla recente firma del duo con la casa discografica RCA) sono mirati, e tutto è pensato per mantenere un’energia costante dall’inizio alla fine. È la consacrazione del duo, che non si limita più esclusivamente a fare rumore, ma lo fa costruendo un’esperienza vera e propria e, soprattutto, personale.

    Quello che resta più impresso è la dimensione collettiva. Questo non è un disco da ascoltare in silenzio, da soli: è un album che esige movimento, che costringe a sentirsi parte di un gruppo, ad urlare i ritornelli a squarciagola. È musica che crea comunità, anche se solo per una sera, e credo che sia questo il suo punto di forza.

    Ovviamente non tutto è rose e fiori: alcuni brani possono sembrare ripetitivi, e a volte la frenesia diventa saturazione. Ma questo è il piccolo prezzo da pagare per mantenere vivo il concetto centrale: “HYPERYOUTH” ripudia l’equilibrio in favore dell’eccesso. Quando l’ultima traccia sfuma lentamente, non hai la sensazione di aver ascoltato un disco lineare: sembra piuttosto di essere usciti alle 4 di mattina dal club, con le orecchie che ronzano e le gambe che tremano. “HYPERYOUTH” non vuole essere elegante, e neanche ci prova. Vuole semplicemente essere vero, e nella sua esagerazione ci riesce perfettamente.

    Dal punto di vista generazionale, l’album parla a chi vive una giovinezza accelerata, digitale e rumorosa, ma anche piena di paure e insicurezze sul futuro. I featuring e i campionamenti non sono decorativi: servono a costruire un ponte tra influenze e generazioni diverse, tra mondi musicali e anni distanti tra loro. 

    Alla fine, questo album è un manifesto degli adolescenti di oggi, un invito a restare in movimento, a non smettere di ballare anche quando le paure si fanno sentire. Joey e Brae non cercano risposte definitive: ti regalano una notte infinita, fatta di luci, di bassi e di attimi di verità che emergono quando meno te l’aspetti. HYPERYOUTH” è, in fondo, un simbolo, un modo per dire che crescere fa paura, ma finché la musica suona, finché i corpi si muovono insieme, la giovinezza resta accesa, luminosa, “hyper”.

    – Casti

    3–5 minuti

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