• Tra le cose più cringe che probabilmente l’avvento del digitale ha portato con sé, oltre ai  “buongiorno” brillantinosi mandati alle 7 in punto dalle zie gattare o le catene di Sant’Antonio che  mettono in seria discussione il nostro essere più o meno superstiziosi, c’è senz’altro “l’invenzione”  delle giornate mondiali. Ebbene sì: se ci pensate non passano 24h senza che sui social non compaiano delle notifiche di  tematiche da festeggiare, alcune delle quali senz’altro significative e importanti perché  sensibilizzano il pubblico su seri temi sociali come la giornata mondiale della donna (8 marzo),  della pace (1° gennaio), della memoria (27 gennaio), dell’autismo (2 aprile)… ma per alcune penso  ci sia fuggita un po’ la mano; ad esempio, lo sapevate che il 5 marzo si “festeggia” la giornata  internazionale della grappa? O il 20 agosto della zanzara? Seguendo il trend ho deciso allora di dedicare quest’articolo ad un’altra giornata a tema che  ricorrerà proprio nei prossimi giorni; il 19 agosto infatti si celebrerà la giornata mondiale della  fotografia.   In un contesto culturale in cui ormai un po’ tutti ci sentiamo Cartier-Bresson alla ricerca dell’attimo  perfetto da immortalare col telefonino per condividerlo con gli amici, ci viene in realtà spontaneo  chiedersi se è ancora da considerarsi un’arte o semplicemente un mezzo d’espressione. Ogni 2  minuti vengono infatti realizzate più fotografie di quante l’umanità intera ne abbia prodotte in tutto  l’800. Ma secondo David Alan Harvey (fotografo americano membro di Magnum), per essere dei  veri fotografi e districarsi dalla sempre più presente mediocrità, non bastano una macchina  fotografica da tre zeri e una bella modella dal fascino greco che posi per noi ma bisogna avere una  storia da raccontare e per narrarla bisogna avere qualcosa da dire. Non serve solo nitidezza,  messa a fuoco o inquadratura centrata ma idee valide, intuizioni e sentimenti. Bisogna essere poeti,  non scrittori tecnici1.   Ecco quindi che arrivo io a proporvi un modo diverso per celebrare questa giornata e porvi allo  stesso tempo delle riflessioni sul tema (o avere una scusa perfetta per preparare lo zaino e regalarvi  un momento di stacco dalla preparazione dei prossimi esami, fuggendo così dalla confusione  lagunare tipicamente estiva). Prendete il treno e dopo circa mezz’ora scendete a Padova (si lo so, c’è questa leggenda  metropolitana secondo la quale non gira tanta simpatia tra la Serenissima e la città dei “tre senza”  ma per stavolta fate un piccolo sforzo e fidatevi). Con una piccola passeggiata portatevi al Centro  Culturale Altinate – San Gaetano; lì vi attenderà Vivian Maier – the exhibition, una ricca mostra  fotografica su una delle più significative esponenti della cosiddetta street photography. Nata nel 1926 a New York, la sua storia sembra uscire da un albo illustrato di Beatrix Potter.  Rispetto ad altri suoi contemporanei non fece mai della fotografia una professione, e non perché era donna ma perché preferì dedicarsi ad altro e utilizzare la macchina fotografica come valvola di  sfogo, come un mondo intimo nel quale rifugiarsi quando ne sentiva il bisogno. Se ci pensate, un  atteggiamento completamente opposto rispetto alla nostra pratica contemporanea, in cui sembra  avere più valore il mostrare ché essere. Proprio per questo viene spesso paragonata anche dalla  critica alla figura di Emily Dickinson; come la poetessa, non aveva l’obbiettivo ultimo di farsi  conoscere. Anzi, la sua fama cominciò a nascere e diffondersi proprio dopo la sua morte, col ritrovo accidentale di alcuni rullini mai sviluppati. Si reputava una bambinaia e fu un qualcosa che  l’accompagnò per tutta la vita, diventando quasi una missione da portare a termine. Ecco perché tra  i suoi soggetti più ricorrenti (anche all’interno di questa mostra composta da più di 200 scatti in  bianco/nero e colori) i bambini sono senz’altro le figure maggiormente di spicco nella produzione,  insieme agli anziani, alle donne, agli emarginati della società… Amava osservare e lo faceva con  estrema sensibilità, distaccandosi quindi dall’aspetto documentaristico su cui era facile scivolare. La mostra – curata da Anne Morin, la più grande esperta e studiosa della vita di Vivian – è suddivisa  per tematiche che si mischiano tra le necessitudini personali della donna, con il contesto storico e  culturale nel quale era immersa. Di posticini dove  fermarvi a bere uno spritz post visita con gli amici ne esistono finché volete e potete lasciarvi semplicemente  guidare dal cuore (o dalla confusione goliardica fuori dai locali). Se invece volete qualcosa di  particolare posso consigliarvi Caffeine Padova, specializzati in colazioni/merende di tutti i tipi o, se è ora di pranzo, Ristorante Sugo non vi lascerà delusi sia per la location semplice ma curata, sia  per la proposta che abbraccia un po’ tutte le necessità. La Mostra sarà disponibile fino al 19 Ottobre, Apertura dal martedì alla domenica 10.00-19.30 Orari estivi dal 28 luglio al 31 agosto Dal martedì alla domenica 10.00-13.00, 15.30-19.00 Giorni di chiusura: Tutti i lunedì e tra l’11-17 Agosto Il martedì è disponibile l’ingresso a prezzo ridotto per universitari, esibendo un documento di riconoscimento I biglietti e le info sono disponibili qui Biglietti Open € 18,00 Intero € 16,00 Ridotto € 14,00  

    -morghy_marghe

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