• Il tasso di disoccupazione al 5,7 per cento (-0,1 punti rispetto a ottobre) è il valore più basso dall’inizio delle raccolte statistiche del 2004.

    L’aumento della disoccupazione giovanile dovrebbe stimolare la ricerca delle cause profonde di questo dramma che riguarda il futuro della nostra società.

    Dalla nota mensile dell’Istat sull’andamento dell’occupazione a novembre si apprende che gli indicatori segnano bel tempo. Il tasso di disoccupazione al 5,7 per cento (-0,1 punti rispetto a ottobre) è il valore più basso in assoluto dal 2004..

    Altri dati Instat confermano una crescita complessiva dell’occupazione nel 2024, con tendenze positive per donne e lavoratori over 35. Unica nota stonata: i giovani, il cui tasso di disoccupazione ha infatti raggiunto il 19,2%, addirittura in peggioramento di 1,4 punti.

    Che chi si avvia agli studi universitari spesso sceglie percorsi che non corrispondono alle richieste del sistema produttivo. Che se non sbaglia lui comunque si trova davanti docenti autoreferenziali e non selezionati in base alla capacità didattica.

    Infine, dovremmo svelare l’equivoco del work-life balance. Un conto è farsi aiutare dalla tecnologia per conciliare lavoro e vita privata, altro è il soggetto che antepone pure la passeggiata del cane agli impegni professionali.

    Il 72% dei giovani della Generazione Z (i nati dal 1997 al 2012) ritiene fondamentale lavorare in un ambiente che promuova valori condivisi: creatività, autonomia e rispetto ai modelli lavorativi tradizionali. Lo rivela un sondaggio globale condotto da Deloitte, nel 2023. Secondo i dati raccolti, inoltre, il 55% dichiara di voler lasciare il proprio impiego entro due anni se non si sente coinvolto o valorizzato.

    Burnout e turnover

    Secondo quanto emerge, quando il lavoro non è allineato con i valori e i talenti di una persona, i costi dei singoli e delle organizzazioni per il sostentamento del lavoro sono necessariamente elevati, in termini di salute, creatività e produttività. Come riporta il Corriere della Sera, il burnout, l’assenteismo e il turnover sono i sintomi evidenti di un sistema che non funziona più. Uno studio McKinsey del 2023 ha rilevato che il 40% dei giovani che lascia il proprio lavoro lo fa per mancanza di significato e riconoscimento.

    Prima causa di disoccupazione

    La prima causa individuata dal rapporto è lo “sbilanciamento quantitativo tra domanda delle imprese e scelte dei giovani.” In Italia, nel momento della scelta del percorso scolastico da seguire, si tende a mettere il fattore “occupazione futura” al secondo posto, seguendo principalmente gli interessi personali.

    Da ciò ne consegue che le aziende italiane faticano a trovare giovani lavoratori adatti alle mansioni da svolgere, in primis per carenza di ragazzi formati in determinati ambiti e con le adeguate competenze. Nel 2012 per esempio sono stati 65.000 mila i posti di lavoro rimasti vacanti a causa della mancanza di personale preparato e adatto ai ruoli.

    “Nel prendere la decisione, solo il 38% degli studenti intervistati conosce le opportunità occupazionali offerte dai vari percorsi scolastici. Il risultato è un disallineamento tra domanda e offerta, evidente in particolare per i diplomati tecnici e professionali.”

    Ma anche per gli studenti universitari lo sbocco professionale resta in secondo piano: “meno del 30% degli universitari sceglie l’indirizzo di studi sulla base degli sbocchi occupazionali, mentre il 66% è motivato dall’interesse e dalle attitudini personali.”

    Seconda causa di disoccupazione

    La seconda causa individuata dal rapporto è la carenza di competenze adeguate ai bisogni del sistema economico. “Solo il 42% delle imprese italiane ritiene che i giovani che entrano per la prima volta nel mondo del lavoro abbiano una preparazione adeguata.” Nel 47% dei casi, rispetto alla media europea del 33%, le aziende italiane reputano i giovani appena entrati nel mondo del lavoro, inadatti a svolgere le mansioni richieste loro.

    Secondo il rapporto inoltre “stage e tirocini hanno una durata inferiore a un mese in quasi il 50% dei casi nella scuola superiore e in circa il 30% dei casi all’università, e coinvolgono solo la metà degli studenti d’istruzione secondaria e terziaria.”

    Terza causa di disoccupazione

    Infine ultima causa di disoccupazione emersa dal rapporto è “l’inadeguatezza dei canali di supporto alla ricerca del lavoro”.

    La fonte primaria di lavoro per i giovani italiani tra i 15 e i 29 anni sono gli amici e i parenti. I canali istituzionali come i centri per l’impiego si rendono utili solo all’1% dei giovani del nostro paese. Soltanto per fare un esempio, in Germania gli uffici di collocamento sono il mezzo principale di ricerca di occupazione nell’80% dei casi.

    Possibili soluzioni

    Dopo aver analizzato le cause principale della disoccupazione giovanile in Italia, McKinsey & Company propone una propria ricetta, indicando la necessità di un piano di azione attivo sia a livello nazionale che territoriale.

    Tale programma strutturato e di durata pluriennale dovrebbe intervenire su più ambiti offrendo:

    • offerta formativa adeguata alla domanda,
    • informazione diffusa e trasparente,
    • rivalutazione delle scuole tecniche e professionali,
    • stretta collaborazione tra scuola e lavoro (con giovani e insegnanti in azienda e datori di lavoro nelle scuole),
    • servizi di orientamento per gli studenti,
    • efficacia dei canali di collocamento dei giovani sul mercato
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