La decisione della Corte Suprema Usa è a un passo, ma la condotta della piattaforma è nel mirino dei regolatori di tutto il mondo, inclusi quelli europei
Oggi Domenica 19 gennaio, è il giorno del famigerato “TikTok ban”. A meno che si raggiunga un’improbabile accordo dell’ultimo minuto, gli utenti americani perderanno l’accesso alla piattaforma cinese un giorno prima dell’insediamento di Donald Trump.
Ieri è arrivata la conferma ufficiale da parte della Corte Suprema americana, che ha ritenuto costituzionale la legge firmata la scorsa primavera dal Presidente Joe Biden (e già validata dalla sentenza di una corte di grado inferiore il mese scorso) che sanciva il tutto. La legge avrebbe lo scopo di tutelare gli utenti americani dei social media dall’influenza del governo cinese e di proteggere i loro dati personali. ByteDance, che ha acquistato l’app Musical.ly e l’ha fusa con TikTok nel 2017, ha infatti sede a Pechino, e aveva sollevato dubbi circa la costituzionalità della legge. Le critiche non sono mancate nemmeno dall’interno: secondo alcuni, la decisione dell’amministrazione Biden nei confronti della società straniera rappresenta un attacco alla libertà di parola e al lavoro dei content creator, ma il Dipartimento di Giustizia continua a considerare TikTok un rischio per la sicurezza nazionale.
«Non c’è dubbio che, per più di 170 milioni di americani, TikTok offra una possibilità di espressione particolare ed espansiva, come anche modalità di coinvolgimento e di creazione di una comunità», questo quanto ha scritto la Corte motivando la propria decisione. «Ma il Congresso ha deciso questo ban per ragioni di sicurezza nazionale ben argomentate. Le preoccupazioni riguardano infatti il modo in cui TikTok utilizza i data raccolti e le sue relazioni con un avversario straniero».
Avrà ripercussioni anche in Europa questo “Tik Tok ban”?
Lo scenario europeo
La possibile sospensione di TikTok non è più una questione speculativa in Europa dopo la decisione dell’Albania di bandire l’app per un anno, il 2025, anche se il divieto deve ancora entrare in vigore. La scelta è stata motivata dall’uccisione di un adolescente in seguito a una lite tra coetanei nata su TikTok. Il governo albanese ha giustificato il provvedimento sottolineando come la piattaforma contribuisca a diffondere violenza tra i giovani e a promuovere comportamenti dannosi, evidenziando l’approccio leggero che TikTok ha nei confronti della moderazione dei contenuti.
Dentro l’Unione europea, l’app è al centro di diverse indagini – una relativa al suo ruolo nelle elezioni romene, rimandate per via delle ingerenze russe, e una serie di procedure a livello della Commissione europea per verificarne la conformità al Digital Services Act (Dsa), che definisce standard rigorosi per le piattaforme online di una certa dimensione. Queste indagini dovrebbero essere esenti dalla diatriba nascente tra Washington e Bruxelles in materia di libertà di parola, moderazione e regolamentazione delle Big Tech, che sono appunto americane.
Quali altri Paesi hanno messo a bando TikTok?
Afghanistan, Giordania, Kirghizistan, India, Iran, Nepal, Siria, Uzbekistan. La piattaforma è vietata de jure anche in Somalia e nello stato americano del Montana, ma il divieto non è applicato. E paradossalmente TikTok non è disponibile in Cina e Hong Kong, dove ByteDance offre una versione locale, Douyin, conforme ai dettami censori del Partito comunista cinese. Del resto, nei Paesi più autoritari tra quelli sopracitati l’app è stata messa a bando per incompatibilità ideologica con il regime in carica.
In quelli più democratici, invece, prevale la logica securitaria: ridurre il potenziale accesso di Pechino ai dati e alle menti di milioni di utenti, specie quelli più giovani, nella consapevolezza che ogni azienda cinese è soggetta al controllo del Partito. Queste sono le motivazioni che hanno indotto una serie di Paesi occidentali a vietare l’uso di TikTok sui dispositivi governativi (Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Estonia, Francia, Irlanda, Lettonia, Malta, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e Taiwan, oltre alle istituzioni dell’Ue e al personale della Nato).
