Desta particolare allarme l’articolo 31 del provvedimento che prevede anche per università ed enti di ricerca di collaborare con i servizi segreti
“L’articolo 31 del DDL Sicurezza stabilisce che le università italiane sono obbligate a prestare collaborazione ai servizi segreti – DIS, AISE e AISI – anche in deroga alle normative sulla privacy. In pratica, gli atenei dovrebbero fornire informazioni riguardanti i propri studenti, ricercatori e docenti, incluse eventuali posizioni politiche, in nome della sicurezza nazionale. La legge non lascia margine di discrezionalità per le università, che non avrebbero la possibilità di opporsi alla richiesta di collaborazione, nemmeno quando questa riguarda informazioni personali sensibili.”
C’è chi teme un attacco all’autonomia degli atenei. Chi un effetto Grande Fratello.
Chi di dover aggirare le normative sulla privacy per condividere informazioni su studenti e colleghi, anche sul loro orientamento politico. Un tema ancora più caldo visto che in questo periodo la grande maggioranza degli atenei italiani è la culla di diverse proteste, in primis Pro Palestina.
Gianna Fracassi, segretaria della Flc Cgil, ha espresso forte disappunto. Secondo lei, il provvedimento mette a rischio “le libertà tutelate dalla Costituzione”, in particolare la libertà di ricerca e il diritto alla riservatezza. La critica si concentra sul fatto che le nuove disposizioni potrebbero violare i principi di autonomia universitaria e di indipendenza della ricerca, che sono sanciti dalla nostra Carta costituzionale.
In particolare, l’avvocato Angelo Greco ha sottolineato che la norma potrebbe introdurre una pericolosa forma di autocensura nelle università.
La paura, secondo lui, è che qualsiasi lezione o argomento considerato “pericoloso” dai servizi segreti possa portare a una segnalazione alle autorità, con conseguenti ripercussioni disciplinari per gli insegnanti o gli studenti coinvolti.
La possibilità di vedere monitorate le proprie opinioni politiche, o addirittura i contenuti delle proprie ricerche, rischia di avere un effetto paralizzante sull’autonomia dell’insegnamento universitario.
Questa norma implica una sorveglianza che, seppur motivata dalla necessità di garantire la sicurezza nazionale, potrebbe avere conseguenze dirette sulla qualità e sulla libertà della ricerca universitaria. Gli atenei sono tradizionalmente luoghi di esplorazione intellettuale, dibattito e sperimentazione, dove il confronto di idee diverse è il motore principale della conoscenza.
Se la paura di essere monitorati dalle autorità dovesse diffondersi tra studenti e docenti, potrebbero emergere dinamiche di autocensura che impedirebbero l’espressione di opinioni e posizioni politiche non allineate con il pensiero dominante.
Il ddl sicurezza è arrivato alla fine di un anno, il 2024, in cui gli atenei sono tornati a vivere momenti di tensione. Fra aprile e maggio, alla Sapienza di Roma, le manifestazioni per il boicottaggio accademico delle università israeliane sono degenerate in scontri tra studenti e polizia.
Mentre alcune sigle come Unione degli Universitari, Unione degli Studenti e Rete degli Studenti Medi sono scese in piazza assieme ad Amnesty International venerdì 17 gennaio per una fiaccolata contro il ddl.
Anche qui a Venezia, a Giugno 2024 durante una conferenza svolta all’interno delle mura di Palazzo Vendramin, sede del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’Università Ca’ Foscari. All’incontro, dal titolo “Dove va Israele? Scenari, sfide, prospettive” erano presenti quattro relatori che hanno portato interventi su questioni politiche, geopolitiche, ed economiche oggi centrali per lo Stato ebraico.
Il relatore di punta era certamente il Professor Della Pergola, che ha presentato uno studio demografico e sui trend elettorali della popolazione ebraica in Israele e negli Stati Uniti.
In seguito alle presentazioni degli oratori, il dibattito è stato aperto anche all’uditorio, e hanno preso parola 7 diverse persone tra studenti e professori. Questi hanno tutti contestato la linea «ideologica» della conferenza nonché la collusione dell’ambiente accademico con le politiche e le attività di Israele, e hanno per questo incontrato l’ostilità dei quattro oratori e del moderatore, che hanno spesso evaso le domande e mancato di rispondere.
Nel corso di tutta questa conferenza, erano presenti all’interno dell’edificio quattro diversi agenti della DIGOS, tra cui – secondo informazioni verificate – il dirigente dell’ufficio veneziano Carlo Ferretti, tutti nei pressi di un banchetto situato fuori dall’aula dove si teneva la conferenza, a metà tra questa e la biblioteca della struttura; sette invece, gli agenti di polizia all’entrata di Palazzo Vendramin.
Secondo quanto riporta una testimonianza apparsa sulla nostra pagina Instagram Spotted Unive, i poliziotti avrebbero iniziato a chiedere i documenti ai ragazzi che uscivano dalla biblioteca, «pretendendo» di fotografarli.
Parallelamente, all’interno dell’edificio, gli agenti della DIGOS avrebbero chiesto i documenti e identificato quattro diverse persone presenti alla conferenza, di cui una protagonista del primo intervento: la studentessa ha infatti preso parola dopo il naturale svolgimento della conferenza, e quando ha iniziato a parlare lo stesso Ferretti sarebbe entrato nell’aula e avrebbe scattato delle foto alla ragazza.
Questa, finito il proprio discorso, si sarebbe avvicinata al dirigente assieme ad altri studenti e ad alcuni professori, e gli avrebbe chiesto di eliminare le immagini appena ottenute; Ferretti, dopo un po’ di resistenza, le avrebbe cancellate, per poi chiederle i documenti.
Alla richiesta di spiegazioni, gli agenti, contestati anche dai professori, si sono giustificati in linea molto generale, dicendo che in quanto forze dell’ordine hanno la potestà di chiedere i documenti alle persone; sono stati poi allontanati da una professoressa.



